Incendio di Roma sotto Nerone

Incendio Roma

di Cinzia Randazzo            

In questa ultima puntata terminiamo l’iter storico-teologico della vita di Paolo.

Il viaggio di Paolo, tanto per riallacciarsi a quanto si è detto prima, con molta probabilità, deve essersi verificato a cavallo tra gli anni 63-64 d.C.

Nel luglio del 64 scoppiò, sotto l’imperatore Lucio Domizio Enobarbo Nerone, un vasto incendio nella città di Roma. Paolo si allontanò da Roma rifugiandosi certamente presso una comunità cristiana, forse a Pozzuoli, forse ad Ostia; il fatto è che ricomparve improvvisamente nella capitale come prigioniero, vittima anch’esso della persecuzione posta in essere dall’imperatore per i motivi di cui si è già parlato in altro precedente capitolo.

E’ di questo periodo la seconda lettera a Timoteo. Con molta probabilità Paolo fu arrestato ad Efeso, ove furono raccolti i primi elementi del processo apertosi contro di lui davanti al tribunale del proconsole. Pochi i difensori: Timoteo, Onesiforo, Aquila e Priscilla (2 Tim 1,16-18; 4,19). Molti invece lo abbandonarono. Paolo, come cittadino romano accompagnato dal solito “Elogium” ufficiale del proconsole, prescritto in conformità alla procedura giurisdizionale romana, arrivò a Roma, pur partito con un piccolo gruppo di discepoli da Efeso, con il solo Luca.

Dell’ultimo breve periodo di Paolo a Roma, quello della seconda prigionia, sono le lettere cosiddette “PASTORALI“, delle quali, unitamente alle altre in genere, è stato già detto. In particolare si tratta della prima e seconda lettera a Timoteo, della lettera a Tito, e l’attribuita o no lettera agli Ebrei.

Sono lettere di ampio respiro teologico. La teologia cristocentrica di Paolo le domina. Sono la voce, il testamento di un uomo che si appresta al martirio per il suo Signore. Con profondo amore Paolo intende trasmettere la realtà della risurrezione di Cristo, mistero di salvezza, alle generazioni che seguiranno e alla chiesa visibile proiettata nel tempo:

Tu dunque, figlio mio, rafforzati nella grazia che è in Gesù Cristo, e quelle cose che udisti da me fra molti testimoni, commettile ad uomini fedeli, i quali saranno capaci di ammaestrare altri. Soffri travagli insieme con me come un buon soldato di Cristo Gesù. Nessuno che fa il soldato si implica negli affari della vita, affinchè riesca gradito a chi lo coscrisse come soldato. E anche se fa l’atleta, non è coronato se non ha fatto l’atleta legittimamente. L’agricoltore che si affatica deve essere il primo a partecipare ai frutti. Poni mente a ciò che ti dico: il Signore infatti ti darà intelligenza in ogni cosa. Ricordati di Gesù Cristo resuscitato dai morti, dalla stirpe di Davide, conforme al mio vangelo: al quale soffro travagli fino a catene, come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata. Per questo sopporto ogni cosa in pro degli eletti, affinchè essi pure ottengano salvezza, quella che è in Cristo Gesù insieme con gloria eterna. Fedele è il detto: se infatti moriamo insieme con lui, vivremo anche insieme; se rinnegheremo, anche egli rinnegherà noi; se manchiamo di fede, egli rimane fedele, perchè non può rinnegare se stesso” (2 Tm 2,1-13).

Secondo san Gerolamo, Paolo muore nell’anno XIV di Nerone, ed Eusebio precisa dal luglio del 67 al giugno del 68, decapitato dopo essere stato trascinato fuori della città. Quanto al luogo, una tradizione costante, attestata già nel II secolo, lo indica “ad Aquas Salvis“: poco più di tre miglia da Roma, sulla strada per Ardea, a sinistra e poco distante dalla via per Ostia. Il suo corpo fu portato in un luogo più vicino alla città, lungo la via Ostiense, ed ivi venne sepolto. In loco, oggi, sta la basilica di san Paolo fuori le mura, eretta da Costantino dopo la vittoria su Massenzio. Andata più volte distrutta, fu poi ricostruita prima per opera di Valentiniano II, Teodosio e Galla Placidia. Distrutta da un incendio nell’anno 1823, fu riedificata nella attuale struttura, in cui furono incorporate le poche parti superstiti.

Nel centro della basilica, attorno alla tomba dell’uomo che fu chiamato per la sua gigantesca opera missionaria, l’Apostolo delle Genti, sono scolpite parole che riassumono tanto tangibilmente il motivo di fondo che ne ha caratterizzato la vita: “PER ME VIVERE è CRISTO, E IL MORIRE UN GUADAGNO” (Fil 1,21).