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sabato, Novembre 7, 2026

Origini del Cristianesimo e sua diffusione

Origini cristianesimo

di Cinzia Randazzo

In questo contributo viene rivolto uno sguardo alle origini del cristianesimo e alla sua iniziale diffusione.

Nella panoramica della geografia fisica, ambientale, culturale, religiosa, ecc., si innestò, con sorprendente rapidità, il cristianesimo. La chiesa nascente si diffuse in Gerusalemme, nella Palestina com’era anche logico; andò pure oltre: nell’immediato oriente asiatico, nei Balcani, fino alla stessa Roma, la cui comunità può farsi risalire, come è stato detto, intorno agli anni 40-42 d.C. Gli Atti degli Apostoli collocano l’origine, se non la vera fondazione, della chiesa apostolica nel giorno di Pentecoste, immediatamente seguente la pasqua di risurrezione, con il discorso kerigmatico di Pietro (Atti 2,14sgg).

Ammessa la morte di Erode il Grande nell’anno 4 d.C., tenuto conto della visita dei magi, della strage degli innocenti, della fuga in Egitto e del ritorno di Maria e di Giuseppe con Gesù, a morte di Erode avvenuta, il citato discorso di Pietro viene a cadere nell’anno 26 d.C., e comunque è da credersi non oltre il 30. Tale computo trova adeguato riscontro sulla base dei dati storici di sicura collocazione e desumibili dalla narrazione evangelica della passione, morte e risurrezione del Signore Gesù: fatti che sarebbero avvenuti sotto l’imperatore Tiberio regnante dal 14 al 37 d.C., e governando la Giudea Ponzio Pilato, inviato procuratore della regione nell’anno 26 d.C.

Sembra però opportuno rilevare, è una opinione di chi scrive, che se da un lato è vero che la Chiesa Apostolica entra nella storia umana come istituzione sociale amministrata da uomini in quel lontano giorno di Pentecoste dell’anno 26 d.C., o in pochi anni dopo, come si è avuto modo di computare, dall’altro lato è altrettanto vero, e bisogna prenderne atto, che questa entrata nel tessuto umano sociale ha un presupposto di partenza, significativo, fondamentale, di ordine teologico, di cui l’evento pentecostale ne è la logica e storica conseguenza. Si tratta della Confessione di Pietro (Mt 16,13-20; Mc 8,27-30). Presupposto di ordine teologico si è detto, però non si può dire che non si tratti anche di un fatto storico, discusso quanto si vuole dagli studiosi ma mai messo seriamente in discussione. Si tratta in fondo del dualismo unitario dell’incarnazione del Verbo che entra nella storia come costante lineare ed immutabile, volta a riequilibrare il rapporto tra l’umano ed il divino compromesso dalla colpa originale, tra il corruttibile e l’incorruttibile, tra le debolezze della carne e la forza dello spirito, tra il peccato e la santità; si tratta di una nuova categoria più che di un semplice fatto avvenuto nel tempo, che lo storico della chiesa non può sottovalutare al momento in cui è chiamato a confrontarsi con altre categorie sul piano ermeneutico del documento, onde valutare e comporre con obiettività e rigore il mosaico degli elementi che intervengono e concorrono al determinarsi di una qualsiasi vicenda storica, sia che interessi masse umane, e sia singoli individui. Tutto sommato è una opinione, lo storico della chiesa dovrebbe sottrarsi dal guardare il moto della storia umana senza tenere conto del messaggio e dei contenuti evangelici, che in definitiva sono o dovrebbero essere per lui, almeno, l’asse portante intorno al quale la storia stessa si muove e realizza il disegno di Dio, in senso escatologico il regno di Dio: la salvezza.

Forse lo storico profano e laico per cultura, con un po’ di presunzione certamente, della categoria del “religioso” o della “religiosità”, ne potrebbe fare a meno, o volendo se non altro per un minimo di amore per la verità, limitarsi a considerarla alla pari di altre categorie, come le sociali, le politiche, le filosofiche, le culturali in genere, le economiche ecc., in una dimensione piana, orizzontale; una delle cause od effetti del divenire umano storicamente e cronologicamente rilevabile  dai fatti, con i pregi e con i difetti, in un relativismo concettuale o preconcettuale, accettandone, se non passivamente, fatalmente le conseguenze. Lo storico della chiesa, no: ad esso non è dato solo pianificare in orizzontale, assumendo, nell’opera sua, notevole importanza la componente verticale che non esclude affatto l’orizzontale, ma che anzi con essa si armonizza chiarendola e completandola (Mt 5,17-18) “Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti, non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finchè non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto“.

Premesso ciò, veniamo al fatto: “Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perchè nè la carne nè il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli». E io ti dico: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.» Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo” (Mt 16,13-20).

Il brano evangelico testè riportato è comunemente chiamato: “la confessione di Pietro”, ed è giusto. Però, senza peraltro nulla togliere al contenuto ed al significato del narrato, il fatto si potrebbe definire anche “la investitura di Pietro”. Gesù infatti, nella circostanza, non solo prende atto della risposta di Simone alla sua domanda, risposta che a differenza di quella data dagli altri discepoli ha rivelato la sua vera identità, ma sulla base appunto di questa indica in Simone, con autorità, spiegandone il motivo, il suo successore: colui che dovrà prendere le redini della “sua Chiesa”, una volta compiutasi la sua missione terrena. E non solo questo, ma conferisce a Pietro anche dei poteri che troveranno corrispondenza e conferma nei cieli, cioè presso il Padre. Nessun timore: le porte dell’inferno non prevarranno.

Dopo una paziente e graduale fase preparatoria, Gesù viene decisamente allo scoperto con una domanda provocatoria. Non è molto lontano il giorno in cui la sua missione terrena troverà il compimento. Esige una risposta chiara e di fede dai suoi discepoli, da coloro che dovranno sobbarcarsi l’onere di diffondere la sua parola, di costituire il nucleo fondante la sua società visibile: la chiesa. E Pietro dà questa risposta che Gesù precisa non suggerita dalla debole umanità del discepolo, ma dallo stesso Padre che è nei cieli.

A Cesarea di Filippo Gesù pone le basi dell’edificio visibile del regno di Dio, regno che in lui è già tra noi (Lc 17,21); spetterà poi al designato Pietro e agli altri discepoli l’opera susseguente perché l’edificio amplifichi le sue dimensioni in conformità alla volontà del suo fondatore. A Cesarea di Filippo il primo passo, fondamentale, seguirà poi la fase di perfezionamento del quadro istitutivo: il dono della eucaristia, la passione, la morte, la risurrezione, l’impegno missionario, il mandato operativo: “Mi è stato dato ogni potere in cielo ed in terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io ho comandato a voi. Ecco io sono con voi sino alla fine del mondo” (Mt 28,18-20). Ed ancora: “Così sta scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risuscitato dai morti il terzo giorno, e che in suo nome sarebbe predicata la penitenza e la remissione dei peccati a tutte le nazioni, cominciando da Gerusalemme. Voi siete testimoni di queste cose. Ed ecco che io mando sopra di voi il promesso dal Padre mio, ma voi rimanete nella città fino a quando non sarete rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,46-49). Si profila, in proiezione, l’evento di Pentecoste. La storia della chiesa che si apre al mondo fisico ed esistenziale rivelandosi non già come parte integrante ma protagonista nel tracciare il grafico delle umane vicende col discorso di Pietro in Gerusalemme nel giorno di Pentecoste, stimato, dagli studiosi, tra l’anno 26 e l’anno 30 d.C., ha, secondo il dato evangelico dianzi riportato, le sue premesse di fondo e teologiche nell’episodio di Cesarea di Filippo. Con ciò non s’intende dire che il filone ecclesiologico nella vicenda del Gesù storico si riduca soltanto a questo episodio, tutt’altro! Tutta la tematica che ruota intorno al Gesù di Nazareth è annuncio e preannuncio in prospettiva salvifica della chiesa come luogo di riferimento visibile perché il regno di Dio che è già nel Cristo che viene, si faccia: “In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perchè dove sono due o tre nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,19-20). Gesù è quindi il fondatore della chiesa nel suo duplice aspetto divino ed umano, invisibile e visibile, unità istituzionale di popolo di Dio e di fede allo stesso tempo.

La diffusione del cristianesimo, partita da Gerusalemme nel più volte ricordato giorno di Pentecoste, fu rapida. Altre comunità si aggiunsero a quella di origine formandosi a poco a poco e invadendo l’intero impero romano. Gli apostoli, i cosiddetti dodici, e con loro gli altri discepoli che avevano seguito Gesù nella sua vicenda terrena e che pertanto ne erano i testimoni oculari, di questa diffusione furono gli artefici ed i protagonisti. Da Gerusalemme le comunità cristiane si estesero alla Samaria ed alla Galilea, arrivando poi alle regioni del medio oriente ed a quelle centrali dell’Africa e dell’Europa gravanti sul bacino del Mediterraneo. Gli intensi traffici marittimi e terrestri fra i più importanti centri di costa e di retroterra, favorirono la circolazione delle idee, contatti e scambi culturali, religiosi, etnici, ecc. Fu infatti nei grandi centri, come Alessandria d’Egitto, Antiochia di Siria, Damasco, Corinto, Efeso, Cesarea marittima, Cartagine, Roma, ecc., che il fenomeno della espansione del cristianesimo trovò spazio vitale, fermo restando però il riferimento, non tanto di dipendenza quanto di guida, per le nuove comunità che andavano via via formandosi, nella comunità di Gerusalemme, la prima formatasi appunto dopo l’evento di pentecoste.

Il periodo iniziale di diffusione che, si può dire, abbraccia una bella porzione del I secolo d.C. ed una buona parte del II, pur in tanto fervore apostolico, ebbe vita non facile; molte furono le difficoltà via via incontrate, come è ampiamente testimoniato negli Atti degli Apostoli. E’ noto che la diffusione del cristianesimo non si limitò all’ambiente giudaico del quale era la diretta filiazione, ma allargò la sua penetrazione anche negli ambienti ellenistici ed in genere pagani, i quali reagirono alla nuova Parola secondo la propria cultura, costumi e modi di vivere tradizionali. Si evidenziarono elementi di contrasto, di attrito e di incomprensioni notevoli con il giudaismo cristiano ancorato alla  presunzione di popolo eletto verso il quale tutti coloro che avevano accolto la nuova fede dovevano convergere e ritrovarsi, accettandone anche il ciarpame soffocante delle prescrizioni farisaiche, ivi compresa la circoncisione. Da parte dei gentili, così si chiamarono i cristiani non ebrei e pagani, di fronte a tanto esigere ci fu una netta opposizione perchè si trattava di un tutto superato dai contenuti del nuovo messaggio che affondava le sue radici nella legge dell’amore, nella più generale filiazione col Padre celeste, nel Gesù che era morto e risorto per tutti.

Il carattere della prima comunità cristiana si espresse in un duplice atteggiamento: l’interesse a mantenersi  incontaminata dai vizi del mondo, concezione questa rigorosamente giudaica, e attuazione della vita secondo le regole del Signore: “da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri” (Gv 13,35).. Amore reciproco dunque senza tentennamenti. Senza che vi fossero norme obbliganti, i membri delle comunità mettevano, tutto od in parte, in comune i propri beni. I poveri, le vedove in stato di indigenza venivano soccorsi. Tutti vivevano di fede comunitaria e con ansia attendevano il ritorno del Signore. A proposito del principio di solidarietà nell’aiuto e nella assistenza ai bisognosi è da dire che fu molto sentito, anche in un senso ampiamente dilatato fra le varie comunità, consistendo in un sentimento che travalicava i confini di ogni singola comunità per riversarsi nelle altre: contesto quindi radicato nell’ambito dell’amore evangelico di fratellanza universale. Questo lo si deve soprattutto a Paolo che promosse la nota raccolta delle collette tra le varie comunità cristiane allora esistenti, per dare aiuto ai fratelli della comunità di Gerusalemme, che erano venuti a trovarsi in stato di grave bisogno (Atti 11,29-30; Rm 15,25-31). E’ ciò che Paolo chiama il “ministero in pro dei santi”, che colloca accanto a quello della “parola” e che per queste collette di beneficenza farà particolari viaggi (Cr 8,4; 9,1; Rm 15,31), e rivolgerà insistenti appelli per iscritto (1cr 16,1-4; 2Cr 8-9; Gal 2,10; Rm 15,26-28).

Da questa convivenza di amore scaturì quella tensione che doveva poi pesare notevolmente sulla vita delle prime generazioni cristiane e che si riassumerà in una domanda: cristianesimo giudaico o cristianesimo pagano? Un problema da risolvere, un contrasto da redimere, una pace da conseguire nell’amore. Evidentemente il cristianesimo, come tale, per la portata del suo amore universalmente concepito, non poteva riconoscersi in nessuna delle due aggettivazioni, e questo meglio di ogni altro fu compreso da Paolo, più ancora dello stesso Pietro, che per statura culturale ed esperienza poteva ritenersi rispetto al primo scelto da Cristo, in quanto rappresentava la sintesi cristiana delle tre realtà del contendere: la giudaica, l’ellenista e la pagana. Per comprendere Paolo nella sua duttilità sincera, appassionata, a volte esuberante ed anche sofferente, volta all’approccio, al dibattito, al metodo catechetico opportuno per convincere, persuadere e conquistare anime a Gesù, e conservarle, difenderle, da eventuali influssi od abitudini devianti, basta seguirlo nei suoi viaggi, nei suoi contatti con le diverse popolazioni che avvicinerà nel corso della sua gigante ed instancabile attività missionaria. Lo vedremo in seguito nel come si confronterà con le diversità culturali e loro ambienti durante la sua esistenza a partire dalla conversione, meglio identificata nella folgorazione sulla via di Damasco.

Sulle posizioni paoline troviamo Stefano martire, anche se i due personaggi non si sono mai incontrati, a meno che Paolo non sia, come molti presumono, non è provato, quel giovane di nome Saulo che negli Atti (7,58-59) viene indicato quale custode dei mantelli dei lapidatori del martire sopracitato.

L’episodio di Stefano protomartire evidenzia che all’interno delle comunità cristiane, o fra le medesime, oltre a certi attriti, incomprensioni, pretese, pomi di discordia, erano presenti anche altre situazioni gravi determinate dall’esterno, da quel mondo giudaico e farisaico che non avendo accolto il messaggio di Gesù, vedeva anzi nella dottrina predicata dallo stesso Gesù una eresia rispetto alla legge di Mosè, e nei seguaci degli eretici degni di morte e di persecuzione. Storicamente quindi i primi persecutori del cristianesimo furono gli ebrei, e la prima vittima fu Stefano appunto, come ci è dato conoscere dal citato passo degli Atti.

Più volte abbiamo citato Paolo. Ma chi era Paolo? Semplice in apparenza la risposta. Al concreto però per quanto riguarda la personalità Paolo, allorchè lo si voglia avvicinare, ci si accorge che ci si trova davanti ad un gigante: un gigante della fede! Non è retorica e tanto meno esaltazione infatuata.

Non è possibile infatti avvicinarsi a Paolo senza avvertire le sue enormi dimensioni di uomo come tale, di cultura, l’uno e l’altra infiammati di amore per Gesù. Si tratta di una personalità che non finisce mai di sorprendere e di insegnare. Si tratta senza alcun dubbio di un uomo fuori del tempo, sempre e comunque attuale, del quale andiamo necessariamente a trattare in particolare.

 

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