Il mondo religioso alle origini del cristianesimo

di Cinzia Randazzo

L’impero romano nel I secolo d.C. aveva raggiunto una grande compattezza politica, non altrettanto però in campo religioso. Roma fu largamente tollerante nei confronti dei vari credo religiosi delle popolazioni conquistate, fino al punto di albergare numerose tradizioni e credenze che provocarono, in certi casi, anche momenti di contaminazione o fusione. Il pantheon greco-romano, fondendosi con altre divinità di diversa estrazione, diede vita a numerose forme sincretiche che assommarono insieme culti e credenze dalle più disparate origini. A questo processo interno si aggiunsero dall’esterno le influenze del pensiero filosofico che, del concetto della divinità, si era occupato sin dai primi passi della sua formazione, almeno a partire dal V-IV sec. a. C.

In tanta confusione, e diciamo pure di ricerca, più o meno spinta della verità, non poteva mancare la reazione. Gli elementi contraddittori erano tali e tanti che molto volse verso il mistico: da ciò l’anelito orientato ad una divinità che incarnasse la “salvezza”, l’eterno, il perenne e non il fatuo, la soddisfazione e non il contrario, un tutto al disopra di tutto, e tuttavia visibile anche nella natura fisica. Vennero a formarsi così le religioni mistero, desumendo alcuni elementi da antichi miti che, adattati alla psiche umana, infondevano in essa un nuovo spirito mistico. Questo, ad onta del verdetto per lo più negativo della imperante filosofia che navigava tutt’altre rotte, e riservata com’era ai soli addetti ai lavori.

Nelle campagne italiche, nel I sec. d. C., erano ancora vive forme di religiosità primitiva che si rifacevano alla natura nelle sue varie manifestazioni. Il rapporto tra le varie divinità e l’uomo era più orizzontale che verticale, un colloquio “do ut des“, per cui l’uomo si obbligava ad esercitare determinati atti di culto ed il nume ad assecondare le domande lui dirette dagli imploranti che, per lo più, erano agricoltori o pastori.

Il cristianesimo venne a contatto con questa religiosità naturistica molto tardi. Paolo però ebbe modo di incontrarvisi nei suoi viaggi. L’episodio di Listra ci permette di avvertire la persistente e diffusa religiosità primitiva di questo tipo nei centri più appartati. Nella selvaggia Licaonia Paolo, che più tardi non si sottrarrà da argomentazioni filosofiche nell’Areopago di Atene, si porta a livello della rozza capacità intellettiva dei licaoni, parlando loro del Dio che elargisce “dal cielo piogge e stagioni fruttifere” (Atti 14,17). E’ certo che questa primitiva religiosità, austera e profondamente etica, fondata su di una morale di processi naturali ed altrettanto sana, molto contribuì al formarsi della grandezza di Roma.

Al tempo di Augusto molto del primitivo si era inquinato, specialmente nei grandi centri e fra persone colte dove esasperava il mito ellenico. Il sincretismo religioso già accennato aveva raggiunto livelli tali, anche per effetto delle influenze filosofiche molto condizionanti, da produrre socialmente smarrimento e scetticismo. Augusto comprese tutto questo e, per porvi argine, intervenne onde far rifiorire la religione ufficiale, il mito greco-romano, spuria da qualsiasi infiltrazione. Il suo scopo fu soprattutto politico, cioè mirante, anche per mezzo della religione, a cementare l’unità dell’impero vasto ed eterogeneo. Dispose e fece diffondere il culto alla Dea Roma, al quale, poi, si aggiunse quello dell’imperatore dal sapore di cortigianeria orientale; culto che lo stesso Augusto e, più tardi, Tiberio dimostrarono di non gradire, pur accettando titoli riservati agli Dei. E’ da dire comunque che ad Augusto e ai successivi imperatori vennero eretti nelle Provincie, unitamente a quelli per la dea Roma, dei templi. Conseguentemente ne venne fuori il relativo culto secondo i canonici riti pagani. Tutto sommato però appare onesto rilevare che la restaurazione, promossa da Augusto, produsse un certo effetto positivo.

Per quanto riguarda la Grecia, al sec. I d.C., permanevano residui delle prime forme religiose naturistiche ed animistiche. Profonde innovazioni, tuttavia, erano state introdotte nel corso dei precedenti secoli: novazioni sviluppate da mitologi e filosofi con varia tendenza monoteista. Il carattere fantasioso delle masse greche favorì il massimo sincretismo a cui seguì, per reazione, l’indifferenza se non addirittura la negazione.

Nel pantheon greco entrarono a far parte dei di ogni provenienza, a parità di diritti con quelli dell’Ellade. In tanto bailamme di divinità si cercò di unificare le somiglianti, ivi compreso i riti. In tale processo ebbero a distinguersi i Tolomei d’Egitto che proposero una divinità, “Serapide“, che avrebbe dovuto riassumere tutte le altre senza però escluderle. Serapide ebbe buona fortuna. La stessa Roma, per quanto ostile, dovette cedere ed accettarla. Notevole fu lo scambio di elementi religiosi tra l’ellenismo e l’oriente, dal quale pervennero le religioni del “Mistero” o “Misteriche“.

Le religioni del mistero, varie a seconda del Dio venerato, avevano di mira l’individuo astraendo da tutte le sue qualità nazionali, politiche e sociali, promettendo, allo stesso tempo, una salvezza, una vita d’oltre tomba ricalcata su quella del Dio medesimo e già avviata con la iniziazione. Senza entrare in dettagli più approfonditi, è da dire che il carattere individualista delle religioni del mistero, insieme con la loro base psicologica e l’essenziale collegamento con l’oltretomba, segnarono veramente un periodo nuovo nello sviluppo della religiosità pagana.

Le religioni misteriche che si rifacevano ai culti di Cibele della Anatolia, di Dionisio della Tracia, di Osiride dell’Egitto, di Adone della Siria e di Mitra dell’Iran, giunsero a Roma attraverso il mondo ellenistico.

Altri misteri degni di citazione sono gli “Eleusini” (di Eleusi), dal rito antichissimo di carattere magico-agrario, ed imperniati intorno al mito di Demetra, rappresentante della terra fertile, ed a quello della giovane divinità Core o Proserpina, con interferenze antiche del mito dionisiaco. Altri misteri ancora, quelli di Osiride e di Iside che dall’Egitto si diffusero in Europa e nell’Asia.

Il culto, per ciascun mistero, poteva variare a seconda delle tradizioni di origine. Quel che rendeva somiglianza erano i riti e le celebrazioni, in cui si manifestavano eccessi di parossismo psichico, di esaltazioni violente e sfrenate, sino all’orgiasmo sessuale.

Questi misteri, talvolta, si influenzarono a vicenda, od anche i rispettivi dei furono scambiati con divinità somiglianti del pantheon greco-romano, prevalendo, anche in questo campo, più volte il ricordato sincretismo.

Da qualunque parte si guardi la questione, i misteri rappresentarono sul piano umano la fuga dal sincretismo delle divinità alle quali, con molta probabilità, si era giunti a non credere e dalla sfiducia diffusa dal razionalismo filosofico. I misteri, additando la divinità benevola che liberava dal male, si rivolgevano all’uomo intero fatto di spirito e di sensi, e mentre ne consolavano lo spirito con la promessa del futuro, ne allietavano i sensi con la emozione dei simboli, con l’ebbrezza dei canti, con il tripudio delle feste.

La massima diffusione nei primi secoli cristiani fu raggiunta dal mistero del Dio Mitra di origine persiana.