Il mondo morale nel primitivo cristianesimo

di Cinzia Randazzo     

Non è facile esporre esaurientemente e compiutamente il mondo in cui sorsero le prime comunità cristiane e quello in particolare che accolse la instancabile attività di Paolo. Sotto l’apparente uniformità apportata dall’ellenismo, fatta salva la Palestina che costituisce un capitolo a sè per certe sue caratteristiche politico-religiose peculiari, all’epoca che ci interessa persistevano molti elementi di culture diverse, proprie di singoli gruppi etnici tra loro non omogenei e pur conviventi nell’ampio dominio territoriale dell’impero romano, gravante sul bacino del Mediterraneo.

La notevole e ricca documentazione sulle condizioni morali dell’Impero, pervenutaci non consente giudizi completi e reali, poichè si tratta sempre  di autori che risentono della appartenenza al proprio ceto sociale o politico, quindi di dubbia imparzialità.

Non basta dire che tutte le regioni esaminate nel capitolo precedente appartenevano all’impero romano. E’ risaputo che Roma, con molta prudenza e sagacità politica, si accontentava del riconoscimento della sua sovranità, lasciando una certa autonomia ai regni assoggettati ed altresì rispettandone le costumanze proprie, sia sociali che religiose.

L’assimilazione compiuta dall’ellenismo comunque non si può mettere in dubbio. Occorre però prendere atto che si affermò solo a certi livelli sociali facili e propensi, per senso di appartenenza, alla acquisizione della cultura ellenista, e che accanto viveva invece la gran massa dei rustici, gli “humiliores“, che era rimasta attaccata alle tradizioni ataviche, lontana com’era dai centri e perciò scarsamente toccata dall’influenza della detta cultura divenuta internazionale.

Le prime comunità cristiane, come l’opera missionaria di Paolo, crebbero trovandovi linfa, si, nei grandi centri, ma non trascurarono affatto la gente meno colta e, sotto questo aspetto, più aperta alla nuova Parola.

 Tenendo ferme queste realtà cercheremo, in sintesi per quanto possibile, di portare luce sulle varie condizioni sociali e culturali, substrato dello stato morale nell’impero romano.

3.1. La famiglia romana

La vita familiare, a Roma, era basata sul matrimonio monogamico. Del “Pater familias” era la potestà assoluta. Considerato proprietario assoluto della unità domestica aveva pieni poteri su tutti i componenti: specialmente a riguardo dei figli che poteva anche vendere e perfino far morire sotto le verghe. All’interno della famiglia romana la “Mater familias” godeva di alta dignità: era la “Domina” della casa e condivideva col marito la “divini et humani juiris communicatio” (Digesto XXIII,2,1). Svetonio ci fa sapere che anche le donne della famiglia di Augusto filavano e tessevano.

La libertà della donna si accrebbe notevolmente sotto l’impero e diede luogo ad una forma nuova di contrarre il matrimonio. Cadde in disuso la forma del giuramento di fedeltà davanti al “Pontifex Maximus” con riti religiosi consolidati dalla tradizione e dal diritto cogente, ed al suo posto si diffuse quella del matrimonio libero, “sino manum conventione“, secondo il quale la donna poteva facilmente separarsi rimanendo proprietaria della sua dote, con tutta la possibilità di amministrarla arbitrariamente.

3.2. La famiglia greca

Nella famiglia greca la donna era in condizioni molto inferiori alla donna romana e tali, si può dire, erano anche le condizioni delle donne di altre regioni orientali: confinata nelle mura della casa e totalmente soggetta al marito, dedicata alle faccende domestiche. La sua vita dunque era casa e basta. Ciò a differenza delle donne romane che, oltre a dirigere l’andazzo domestico, partecipavano alla educazione dei figli ed avevano la libertà di pranzare coi mariti, di frequentare luoghi pubblici, anche il teatro. Godevano inoltre, da tutti, deferenza. La dignità della “Matrona Romana” è ancor oggi citata a significare donna di alta considerazione.

3.3. La moralità sessuale

Sulla moralità sessuale ai tempi dell’impero, come valida introduzione, leggiamo quanto con cruda obbiettività descrittiva ci dice Paolo:

Mentre si dichiaravano sapienti sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, si da disonorare fra di loro i propri corpi, poichè essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poichè hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia di una intelligenza depravata, sicchè commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa (Rm 1,22-32).

Così Paolo: fosco quanto si voglia, ma quadro veritiero attestato anche da autori classici e greci.

Della omosessualità si faceva apologia. I rapporti omosessuali femminili dettero, come tutti sanno, nome all’isola di Lesbo o ne presero l’aggettivazione; quelli maschili trovarono uomini come Socrate e Plutarco nei difensori, ritenendo che tali rapporti fossero una prerogativa di guerrieri, di politici e di letterati; favorissero altresì sentimenti eroici a differenza del matrimonio che era rimasto pertanto monogamico solo in teoria. In Grecia certi rapporti erano divenuti quasi un’istituzione.      Nella stessa famiglia di Augusto, il restauratore dei pubblici costumi, si ebbero scandali di ogni genere. La stessa figlia dell’imperatore, Giulia, sebbene moglie di tre mariti e madre di cinque figli, per contegno immorale, spudorato e lascivio, fu dal padre esiliata.

Si racconta che certe Matrone Romane dell’alta società contavano gli anni non già dal nome dei consoli com’era di costume, bensì da quello dei propri mariti. Tacito contrappone i costumi viziosi dei romani a quelli dei semplici dei germani. Tanta licenziosità invase anche il teatro romano con spettacoli crudamente osceni: a luci rosse in vivo, come si direbbe oggi. Seneca, è detto tutto, nel denunciare la corruzione femminile giunse a lodare la propria madre perchè non aveva “ceduto alla abitudine di abortire“.

Non è che mancassero in materia buone disposizioni imperiali, sole che se anche promulgate rimasero lettera morta o nelle “buone” intenzioni, e ciò tanto più che il cattivo esempio veniva dall’alto, da chi avrebbe invece dovuto costituire punto di riferimento e di guida morale. Nell’alta società, nelle famiglie dei Cesari e nel ceto facoltoso, continuarono le Agrippine, le Messaline, le Poppee e i Trimalcioni.

Con onestà bisogna anche dire che, in un simile mondo i cui corrotti costumi tanto contribuirono al degrado e alla decadenza dell’impero, non mancarono spazi di vita quotidiana sobria, moralmente sana, ancorata alla istituzione familiare monogamica; anzi questi spazi furono più ampi degli altri. Solo, come sempre, non offrivano materia per la cronaca e la satira. Se l’impero potè resistere, vittorioso anche, per qualche secolo, non lo si deve alle Messaline, ai vari Trimalcioni, alle loro orgie, ecc., ma alla virtù di molti che nella milizia o nelle cariche civili, in patria come nelle colonie o nelle Province di frontiera o no, conservarono, con più o meno profondità, il senso morale della famiglia, unitamente alla umana rettitudine. Tacito, per esempio, al momento in cui descrive la scelleratezza e la dissolutezza di tante matrone romane, non può fare a meno, colpito, di contrapporre la fedeltà e l’eroismo di molte donne che, volontariamente seguono figli e mariti in esilio, condividendone le sofferenze (Histor. 1,3).