Pastorale sanitaria: ponderazioni teologiche

Pastorale Sanitaria

di Cinzia Randazzo

Dovendo redigere alcune riflessioni sulla Pastorale sanitaria  è parso, a chi scrive,  citare i surriportati testi tratti dal N.T. in quanto ritenuti, pur fra molti altri, particolarmente significativi per dare una sufficiente struttura al tema di cui trattasi e per il suo sviluppo. Fare pastorale è, nella sua più ampia e generale accezione, fare si che il messaggio di Cristo, i germi del regno di Dio, vadano a collocarsi nel grande mondo dell’umanità, ed ivi si facciano fermento di storia nell’amore; nella fattispecie mondo, poi, delle malattie e della salute.

            Nei citati testi il verbo ricorrente è l’andare, usato all’imperativo “andate” e al passato remoto  “andarono”. Implicitamente tale verbo lo si trova anche in quel “mi sarete testimoni…fino ai confini della terra”, di cui al passo degli Atti riportato. E’ un verbo che, nello specifico e nell’uso che ne viene fatto, esprime insolita autorità che muove, spinge all’azione, che non tollera l’inerzia; chiama l’obbedienza stimolando l’apertura al mondo per l’annuncio della “buona novella”. E’ un verbo che ne coinvolge altri, quelli dell’ammaestrare, dell’insegnare, del portare, del battezzare nel nome della santissima trinità: è la parola di Cristo risorto che chiama, invia, manda e comanda affinchè i suoi inviati, i suoi discepoli, suggeriti dallo Spirito Santo, si facciano suoi continuatori per l’evangelizzazione del mondo, perchè quel mondo si converta e si salvi. In sostanza la Chiesa in germe, la Chiesa dei dodici, è invitata a mettersi in cammino per continuare l’opera del suo Signore  e fondatore, perchè il regno di Dio si realizzi e si faccia, tra gli uomini tutti, motivo di convivenza in una medesima fede, annunciando, celebrando e testimoniando la pasqua del messia, di quel Gesù di Nazareth vissuto in Palestina, morto sulla croce, risorto e glorificato dal Padre.

            E “detto questo – così recita At 1,9-11 – fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: uomini di Galilea, perchè state a guardare il cielo? – Questo Gesù che è stato tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. E’ questo l’invito alla fiduciosa attesa che anticipa la Pentecoste, quel giorno in cui i primi seguaci di Cristo, illuminati dallo Spirito Santo “usciranno dal nascosto allo scoperto, dal timore al coraggio, dal dubbio alla certezza, annunciando alla cosmopolita folla di Gerusalemme Gesù morto crocifisso e da Dio resuscitato, innalzato alla sua destra e costituito Signore e Cristo”. “Allora – così in Atti 2,41 – quelli che accolsero la Sua parola (di Pietro) furono battezzati e quel giorno si unirono a loro (ai circa centoventi discepoli che si trovavano con Maria madre di Gesù nel medesimo luogo) circa tremila persone”. Quel lontano giorno di Pentecoste, quindi, segnò l’inizio temporale, storico, del cammino della chiesa, la stessa di oggi che nel tempo, da allora piccola comunità in Gerusalemme, è cresciuta conquistando spazi geografici, attirando a sé popoli e nazioni: minutissimo granello di senape fattosi pianta grande ed accogliente, capace di dare ristoro e riposo, con la sua ombra, a tutti coloro che, affaticati  e presi dalle cose del mondo, ne sentono il bisogno.

            Con la pentecoste ricordata in Atti la chiesa, fondata da Cristo, è entrata nella storia umana facendo essa stessa storia quale comunità di uomini che hanno fatto loro l’annuncio di salvezza e di amore del fondatore, con l’impegno di portare lo stesso annuncio a tutti gli uomini: impegno di fede  e generatore di fede, di speranza e di carità. Portare Cristo nel mondo e al mondo, perchè qui Cristo  ponga la sua presenza in una accoglienza individuale e comunitaria col crisma della convinzione e della definitività. Ciò significa far conoscere Cristo con la parola e con la testimonianza della medesima parola, con coerenza alla fede professata; ciò significa e comporta portare amore ai fratelli più bisognosi, i cosiddetti prossimi nella convivenza terrena; banco di prova di una maturità caritativa  veramente cristiana. Ciò significa servire chi soffre la povertà, l’indigenza in genere, chi lamenta la malattia ed è colpito da minorazione fisica e psichica, a qualunque livello, significa rendersi capaci di soffrire con chi soffre e di gioire con chi gioisce, di partecipare con la propria nella umanità degli altri, di sorridere laddove è necessario il sorriso, ma anche di piangere laddove è necessario il pianto; significa soprattutto pregare e dare, dare e pregare, fiduciosi che lo Spirito non mancherà della Sua ispirazione e che Cristo è presente in mezzo ai suoi, portatore di serenità e di coraggio. Così Egli ha detto: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò; prendete il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30).

            Quindi, in generale, pastorale è tutto ciò che la Chiesa, corpo mistico operante nella storia, fa per essere presente e per stimolare i problemi, la realtà, le situazioni del mondo in ordine alla salvezza, è la stessa presenza della Chiesa e la sua azione di evangelizzazione onde mediare alla umanità il messaggio di Cristo, è la incarnazione storica della Parola di Dio capace di rivelare, dando loro senso, una ragione di trascendenza agli eventi segnati dal tempo, in diretto confronto e dialogo con i problemi dell’uomo, della vita in genere e della società.

            Passando allo specifico del campo della sanità, la pastorale sanitaria si definisce come impegno, presenza e azione della chiesa, affinchè il messaggio di Cristo, i germi del regno di Dio, vadano a collocarsi dentro quella grande parte di mondo appartenente al quadro sociale e umano della malattia e della salute.  Si tratta quindi di una prassi di presenza e di una testimonianza cristiana che devono fare i conti con situazioni tipiche di sofferenza umana, lievi o crude che siano, e per di più calate e vissute in mezzo alle molteplici contraddizioni, pratiche o culturali, della presente società fortemente secolarizzata: situazioni concrete che esigono interventi operativi altrettanto concreti. Scendendo nel concreto è opportuno soffermarci ad illustrare il documento della CEI: “La Pastorale della salute nella chiesa italiana”, ciò con particolare riferimento ai nn. 19 e 20 nei quali sono individuati sette obiettivi, in sintesi sottoriportati:

  1. Nell’ambito di una fede creduta e vissuta, la possibilità e il dovere di illuminare i problemi che si pongono nel mondo della sanità e che interessano la ricerca e le acquisizioni scientifiche, oltre le tecniche di intervento interessanti la natura e la dignità della persona umana. Si pensi ai gravi problemi morali che possono derivare da un’eventuale manipolazione biologica e genetica, dalla introduzione o meno della ventilata eutanasia, dalla necessità di cogliere i labili confini tra terapeutica normale, legittima e obbligatoria e l’accanimento terapeutico, dagli stessi trapianti d’organo ormai praticati in larga scala, ecc. Problemi, questi, che se non agganciati ad una salda ed autentica morale oggettiva possono o potrebbero, in un clima di relativismo soggettivo ed etico, costituire vero pericolo per gli uomini come tali.
  2. Nell’ambito della educazione sanitaria e morale, la necessità di affermare, in concreto e in prospettiva, il valore inestimabile e sacro della vita, valore da promuovere e difendere sul piano pratico ed umano. Si pensi alla interruzione volontaria della gravidanza acquisita dall’ordinamento  giuridico italiano (v. Legge 22 maggio 1978, n. 194: Norme per la tutela sociale della maternità… e sull’interruzione volontaria della gravidanza) e sull’opera che possono dare i cattolici all’interno delle strutture socio-sanitarie o dei consultori abilitati dalle Regioni: organi, questi, previsti dalla Legge stessa per gli accertamenti dei processi patologici o psichici, eventualmente determinanti pericolo per la salute fisica e psichica della donna.
  3. Nell’ambito delle strutture ospedaliere, e di quante altre a medesimo titolo destinate a gestire la malattia e la salute, la necessità di umanizzare i rapporti interni tra utenti e il personale socio-sanitario, o almeno contribuire al loro miglioramento stante il diffuso degrado a tutti palesemente noto.
  4. Nell’ambito proprio del malato, la necessità di portare l’aiuto e la testimonianza della carità cristiana; strumento, forse autenticamente unico, per trasmettere a chi soffre, nelle membra e nello spirito, un raggio di serenità e di speranza  e allo stesso tempo anche la possibilità di disporsi alla accettazione e valorizzazione, da parte del malato, della sua particolare situazione di sofferenza.
  5. Nell’ambito dei disabili e degli handicappati, la necessità di un generoso apporto di servizio, cristianamente ispirato, affinchè si creino le condizioni favorevoli al recupero del senso della vita entro i limiti concessi dalle minorazioni fisiche, mentali o psichiche, singolarmente presenti o in combinazione nei soggetti interessati; ciò senza mettere in gioco la bontà e la misericordia di Dio sempre fonte di aiuto, di serenità e di speranza.
  6. Nell’ambito della famiglia dei malati, la necessità, nei momenti in cui sono provate dalla malattia dei congiunti, di farsi vicini ai familiari dei malati stessi, con spirito di fede e di carità, pronti a partecipare, vivere, la loro sofferenza, i loro timori e le loro speranze.
  7. Nell’ambito degli operatori sanitari, la necessità di dare loro, con il massimo disinteresse, un contributo cristiano nella formazione professionale di base, di specifica competenza che non può ignorare che tutto deve prodursi in spirito di servizio e di rispetto, senza cadere nella enfasi e nella prassi cattedratica dei valori incarnati in ogni persona sofferente. In sostanza contributo umano in umiltà e spirito di carità.

Di fronte a questi obiettivi, che presi a se stante richiederebbero più ampia, dettagliata e approfondita esposizione, è da dire che nessuno che voglia definirsi cristiano, non può restare indifferente, non avvertire nell’intimo l’imperativo a fare qualcosa nel campo della malattia e della salute; campo che, sotto un certo aspetto e per sua stessa natura, è moltiplicatore del volto di Cristo, se è vero come è vero che in ogni uomo che soffre è Cristo medesimo che soffre: “Chiunque riceve questo piccolo fanciullo in nome mio, riceve me, e chi riceve me riceve colui che mi ha mandato: perchè colui che è tra voi il più piccolo, quegli è il più grande” (Lc 9,48 e paralleli Mc 9,37 e Mt 18,4)…allora il Re dirà a quelli alla sua destra: venite benedetti dal Padre mio a prendere possesso del Regno che vi è stato preparato fin dalla creazione del mondo perchè…fui ammalato e mi visitaste…Allora i giusti risponderanno: Signore quando mai ti vedemmo ammalato…e ci recammo da te?…E il Re risponderà loro: In verità vi dico: ciò che avete fatto ad uno dei miei fratelli, sia pure il più piccolo, voi l’avete fatto a me…(Mt 25,34ss)”.

Ora, fra le tante situazioni da cui possono derivare difficoltà e miserie di varia natura  e che più di ogni altra incidono negativamente sulla umana esistenza fino ad anche alterarne il senso della vita, sta, non ultima e certamente, ogni situazione di malattia. Questa infatti rende piccolo l’uomo che di fatto passa al rango caro al Signore, quello dei piccoli dell’Evangelo. E’ Cristo che si rivela  col volto sofferente di questi piccoli, chi si porge a noi, al nostro sentire e vedere in carità: è un suo modo, in fondo, di cercarci, di trovarci, di servirci e di provare la nostra fede; Lui che prossimo alla croce lavò i piedi ai suoi discepoli in spirito d’amore e di servizio, oltre che di stimolo ad imitarlo:

Quando dunque ebbe lavato i loro piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: Sapete ciò che vi ho fatto. Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perchè lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete fare altrettanto, lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l’esempio perchè come ho fatto io facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose sante beati se le metterete in pratica (Gv 13,12-17).

       Che cos’è in fondo la malattia? Essa è un fatto umano, una variabile indipendente ed involontaria  che rompe gli equilibri biologici e, per molti versi anche psicologici, di un uomo come tale, producendo in esso condizioni di minorazione fisica, ed anche psichica a riguardo del fare, dell’agire, della stessa sfera del vivere quotidiano.

          Nella malattia infatti si verifica anzitutto una rottura dell’unità soggettiva del malato: la malattia provoca una lacerazione dell’io, si presenta come una intrusa che sconvolge i piani, in quanto il corpo non risponde più come prima; la stanchezza e la febbre bloccano ogni progettazione precedente.

           Si verifica anche una crisi della comunicazione con gli altri: nel malato, che istintivamente accentua su di sé l’attenzione, si aggiunge la sofferenza di sentirsi a carico di altri, bisognoso di tutto senza poter ricambiare. Ciò sconfina facilmente nella esperienza della finitezza: un essere che si considera robusto e sicuro si vede bruscamente limitato nei gesti e nelle tendenze e quasi buttato in un deserto dove fiori di primavera non nascono facilmente. A scadenza più o meno breve si affaccia anche l’ipotesi della morte.

        Tuttavia si tratta anche di un momento di crisi esistenziale in cui è possibile accendere una prospettiva che vede la malattia non necessariamente in negativo: l’infermità infatti, se ben vissuta, può fare emergere le convinzioni più profonde, la realizzazione di una revisione sapienziale dei valori e delle debolezze che inevitabilmente vengono a galla. La malattia può essere un momento che rimette in questione tutto in una purificazione talora drastica, in grado di coinvolgere non solo il corpo ma anche lo spirito. Vi può emergere una nuova scala di valori e nuovi equilibri personali di saggezza e di amore, in una possibile apertura al mistero di Dio, in uno sfrondare tutto ciò che non è essenziale.

       Fare pastorale sanitaria è quindi entrare e vivere in questo profondo e solo apparentemente misterioso mondo, più che fisico interiore, spirituale del malato, onde stimolare a tutti i livelli le possibilità reattive del malato stesso, con lo scopo primario di fare uscire dal suo nascosto intimo tutti quegli elementi di saggezza e di umane ricchezze che possiede. La vita, come la salute che la rende visibile, sono doni di Dio, pertanto vanno considerati valori da difendere e conservare. Per questo è opportuno metterci a disposizione del malato con spirito di amore e di servizio, a misura di Cristo che durante la sua missione terrena, medico itinerante si fece, curando e guarendo quanti, con sincera fede, si misero sul suo cammino. Non è cosa facile: l’egoismo umano, il desiderio del quieto vivere, il timore di non godere mai abbastanza questa nostra terrena esistenza, costituiscono un indubbio freno per tradurre in vero amore ciò che forse è già accolto dal pensiero e dalla logica della coscienza. Basta lasciarsi andare credendo fermamente e mettendo tutto, fiduciosamente, con la forza della fede, nelle mani di Cristo che tutto può e che si è detto “io sono la via, la verità, la vita”. Basta lasciarsi andare! Possiamo esserne capaci? Da soli no!. Solo guardando a Lui, Cristo Signore, pregandolo con fede, chiedendo a Lui l’aiuto necessario, potremo salire a tanta possibilità.

Non siate dunque inquieti dicendo: che mangeremo? O che berremo? O Dio di che ci vestiremo? Perchè sono i gentili che vanno in cerca di tutte queste cose – poiché il vostro padre celeste sa che di tutte queste cose avete bisogno. Ma cercate prima il Regno e la sua giustizia e tutte  queste cose vi saranno date in sovrappiù. Non siate inquieti per il domani, perchè il domani avrà le sue inquietudini: a ciascun giorno la sua pena (Mt 6,31-34),,,,,perchè niente è impossibile a Dio (Lc 1,37).