
di Cinzia RANDAZZO
Nell’ambito della teologia protestante, fortemente influenzata dal pensiero di forti personalità del calibro di K.BARTH e di R.BULTMANN, si è fatta largo una corrente di ricerca teologica decisamente innovatrice facente capo a W. Pannenberg e ai suoi compagni di studio K. KOCH, R. RENDTORFF, D. RÖSSLER e V. WILCKESS: gruppo di giovani teologi tra i quali era regolare lo scambio di idee nel campo della esegesi biblica, della teologia sistematica e della filosofia. Sotto l’influenza di G.v RAD, H.V. CAMPENHAUSEN E G. BORNKAMMM, professori a Heidelberg, il gruppo, intorno agli anni ’50, si staccava dall’indirizzo teologico dei due teologi all’inizio accennati, battendo nuove piste epistemologiche ed ermeneutiche, senza tuttavia rifiutare quel tanto che poteva favorire l’elaborazione delle sue teorie e dei suoi obiettivi.
Laureatosi nel 1953 a Heidelberg, PANNENBERG, nei due anni successivi consegue la libera docenza. Dal 1958 al 1961 è professore di teologia sistematica presso la scuola teologica di Wuppertal, dal 1961 al 1968 all’Università di Magonza, e dal semestre estivo 1968, lo troviamo insegnante nella nuova facoltà di Teologia protestante dell’università di Monaco, ivi con l’incarico, anche di dirigente dell’attività dell’annesso Istituto ecumenico protestante.
Fin dall’inizio del suo cammino culturale e di ricerca, W. PANNENBERG dimostra particolare interesse per la filosofia: interesse che, vedremo di seguito, determinerà in modo decisivo il suo pensiero. Presta particolare attenzione all’idealismo tedesco, precipuamente ad HEGEL, ed anche, più in generale a filosofi contemporanei come, p.e., tra gli altri, GADAMER, E. BLOCH. Dalla filosofia medioevale trae motivi e stimoli per lo sviluppo del suo pensiero teologico.
Relativamente alla filosofia scolastica si dedica ad una lunga indagine sui concetti di “atto” e di “essere” e, concludendo questa indagine, di questa stessa corrente filosofica dirà che:
“per l’intelligenza della struttura ontologica della realtà (…) può giovare il ricordo dei problemi della scolastica, anche se non ci si può fermare alle soluzioni da essa date”.
W. PANNENBERG, come teologo, si distingue tra le correnti protestanti contemporanee, in quanto reagisce contro la “teologia dialettica” e particolarmente contro “l’esistenzialismo teologico”. Pur sensibile ed aperto alle varie correnti filosofiche e teologiche, ne accetta solo quanto in esse possono servire alla sua sintesi teologica.
Tre sono le dominanti nell’opera di W. PANNENBERG: la Storia, la Rivelazione, Gesù Cristo.
La storia è l’orizzonte più ampio della teologia cristiana (…). Tutte le questioni e soluzioni di ordine teologico hanno il loro senso soltanto nell’ambito della storia che Dio conduce con gli uomini e, tramite loro, con tutta la sua creazione.
La storia è quella concreta non postulata da premesse filosofiche, è l’avvicendarsi dei singoli avvenimenti in un contesto di relazione vicendevole, il cui senso è messo in evidenza dalla concezione di una Storia universale: “Soltanto nell’orizzonte di questa, anche il singolo avvenimento può essere apprezzato nel suo pieno significato”.
Questa visione, diciamo, teologica del processo storico e che d’altra parte risponde anche ad esigenze del dato biblico, è postulata dal fatto che per affermare la divinità di Dio, è necessaria un’altra visione, quella totale della realtà: “La teologia può pretendere di aver pensato l’idea di Dio, soltanto se tutto ciò che esiste è concepito come proveniente da Dio o tendente verso Dio”.[5] La storia non è una somma di fatti umani limitati ai quali si aggiunge l’azione di Dio, in quanto è, nel senso genuino, costituita dalla presenza attiva del Dio infinito nel mondo finito. Si tratta della libera trascendenza di questo Dio che, pur restando nella sua personale prerogativa, è il totalmente l’Altro che origina il contingente nel mondo e allo stesso tempo ne fonda l’unità che è storia. E tutto questo
in modo tale che non venga annullata la contingenza propria di questi eventi legati a tale storia (…). L’unità degli eventi però non dipende dalla loro origine trascendente (…) essi sono pure in relazione tra loro (…) relazione che si fonda sull’unità di Dio, la quale si manifesta come fedeltà.
Sostanzialmente vi è unità negli avvenimenti e quindi in tutto il processo storico tali avvenimenti possono essere visti e interpretati chiaramente sulla base della loro fine presupposta. Ciò è possibile solo ricorrendo al pensiero biblico ed a quello giudaico-apocalittico che, nella fattispecie, è riabilitato e, appunto, presupposto. È qui che Pannenberg introduce l’idea della prolessi, cioè dell’anticipazione della fine della storia in un evento che abbia in sé tutti i caratteri della definitività; evento storico s’intende che lo stesso Pannenberg identifica nell’evento Gesù Cristo. Tale evento non è solo un fatto storico ma anche e soprattutto un fatto escatologico totalizzante. Nell’evento Gesù Cristo sta l’autorivelazione di Dio, la manifestazione piena della sua divinità che è “potenza sopra ogni cosa; manifestazione che, almeno virtualmente, ha valore universale”.
Crediamo, a questo punto, di poter portare la problematica pannenberghiana sul cosmo, ed in particolare sull’uomo, dato l’intimo rapporto che li lega, nell’ambito della rivelazione divina a Cristo, creatore e Signore. Evidente è l’indubbio interesse di Pannenberg per la filosofia e per la filosofia della storia in particolare. È su questo versante che Egli si collega a Hegel cui spetta la stima di avere asserito la storicità del vero e del reale. La storia, o meglio la sua verità non sta già pronta in qualche luogo compiuto, bensì è pensata come processo storico. Quindi per Pannenberg si tratta di “elaborare un abbozzo di storia universale”, la cui comprensione della totalità dà la possibilità di determinare il senso del singolo dato storico. A differenza però di Hegel, Pannenberg riconosce la finitezza della ragione umana che non potrà mai elevarsi al sapere assoluto. La via d’uscita a questa difficoltà, Pannenberg, come già si è fatto cenno, la individua, nel ritenere che il termine della storia è solo anticipato ma non presente: “la finitezza del sapere umano viene preservata, poiché la fine della storia viene saputa soltanto in modo provvisorio, ed imperfetto”.
È da tener presente che Pannenberg pensa alla fine della storia seguendo l’ottica dell’escatologia cristiana che fa dell’evento Gesù, e particolarmente della sua risurrezione dai morti, la fine, il compimento della storia stessa e allo stesso tempo faro di orientamento del senso di ogni singolo fatto storico come di tutto il processo storico ed evolutivo delll’umanità e del cosmo stesso. Trattandosi di anticipazione, il sapere concettuale assume un valore ipotetico: “nel concetto di ipotesi è già racchiuso, come Popper ha visto, il momento dell’anticipazione e della congettura, e quindi anche una concezione anticipatrice della verità”.
Pannenberg pur rilevando una certa validità di questo, che è sostanzialmente l’epistemologia falsificazionista di Popper per quanto attiene le scienze empiriche, ne ravvisa tuttavia una difficoltà di applicazione nelle scienze filosofiche e tanto meno teologiche e storiche. Propone quindi un proprio modello epistemologico, una logica ermeneutica la cui intenzione principale è l’inserimento del singolo in un contesto globale. In questo svolgimento ermeneutico possono imbattersi sia le scienze fisiche, che operano collocando i singoli casi esaminati nell’ambito di una teoria, sia le scienze storiche, sia, infine la filosofia che ha lo scopo di determinare il senso della storia universale. In questo modo può quindi essere oltrepassato il dualismo di scienze della natura e scienze dello spirito.
Le teorie filosofiche secondo Pannenberg sono ipotetiche: la scelta ed i giudizi personali vengono ad acquistare una “legittimità almeno parziale, accanto alla fondazione razionale, nell’accettazione della visione cristiana della storia del destino ultimo dell’uomo”. In merito egli rifiuta la visione di Barth nella difesa della positività ed oggettività della rivelazione, che a suo parere risulta priva di fondamento e che, piuttosto, raggiunge il risultato opposto, e cioè una estrema accentuazione dell’oggettivismo in teologia.
Tuttavia ammette anche l’impossibilità di un giudizio che sia conclusivo sulle asserzioni sia filosofiche che teologiche, in modo particolare perchè la realtà è un processo non ancora compiuto. Solo la fine della storia potrebbe verificare definitivamente quelle asserzioni.
Pannenberg, pertanto, “deve lasciare almeno qualche spazio al rischio di una convinzione cui non fa da supporto alcuna necessità logica”.
Comunque queste convinzioni non possono avere il carattere dell’arbitrarietà, in quanto le ipotesi filosofiche e teologiche non possono contraddire l’immagine del mondo elaborata dalla scienza.
Di conseguenza ogni idea di Dio, nel caso risulti in contrasto con l’esperienza del mondo in un certo periodo della evoluzione storica, deve essere abbandonata e sostituita con un’altra. È chiaro, a questo punto, che ogni ipotesi metafisica non può non tener conto di ciò che l’uomo acquisisce della realtà ad opera della scienza. È da dire che sotto questo profilo Pannenberg si colloca nell’ambito di una teologia d’avanguardia accanto ad altri teologi contemporanei protestanti e cattolici di notevole spessore, come per es. Rahner, Vanneste, Teilhard de Chardin, ed altri. Pannenberg non elabora, a differenza di Hegel, una logica dell’Assoluto: il dato storico non è interpretato presupponendo a priori categorie logico-ontologiche. Solo con la concreta ricerca storica si può arrivare a quella concatenazione di eventi che hanno fondamento sull’unità di Dio.
Niente dialettica, quindi, come la intende Hegel, ma ermeneutica, anche se l’una e l’altra poi mirano ad una totalità di senso e ad inserire il singolo nella totalità: la dialettica si accomuna con l’ermeneutica per il fatto che queste sono definite dalla considerazione sulle interrelazioni fra l’uno e il tutto.
A differenza di Hegel, per Pannenberg non è possibile una conoscenza di Dio in sé, cioè prima della creazione e dello spirito finito. Per lui a Dio si può solo accedere su base antropologica e nella misura in cui Dio si pone a fondamento della soggettività umana, cosicchè l’antropologia diventa la base della teologia. L’uomo di per sé è creatura aperta al mondo in modo illimitato. Per questo si differenzia dagli animali, il cui modo di essere è guidato da bisogni biologici e dalla dinamicità degli istinti. L’uomo ha la capacità di trascendere il mondo, le cose che lo circondano, se stesso, mirando, lui, realtà finita ad una realtà infinita, che però “si sottrae alla oggettivizzazione e che può essere denominata “mistero divino” ossia “mistero dell’essere”. La ricerca quindi della soggettività umana è lo stesso problema di Dio:
La domanda sull’essere di Dio può essere posta soltanto come domanda sull’essere che l’uomo nella sua soggettività deve già sempre presupporre – come domanda sull’essere dal quale egli dipende come fondamento attuale della sua libertà di fronte al mondo.
L’uomo è un essere trascendente in quanto il suo modo di essere è teso verso la trascendenza, non un ente sussistente: modo di essere questo che deve poi portare ad una corrispondente modifica dell’essere in generale: “In questo senso l’antropologia filosofica deve essere elaborata nel «quadro di una ontologia generale»”.
Tuttavia la sola riflessione filosofica sulla soggettività, non integrata dalla esperienza religiosa, fa sì che la trascendenza umana si svuota di concretezza, quindi avverte il mistero di Dio senza penetrarlo in profondità: diversamente se il fondamento della soggettività trova adeguata esperienza ed è vissuto come la “potenza che domina l’uomo e il suo mondo”, che è poi concreto mondo storico, la vuota trascendenza si riempie di tutta la sua potenzialità di movimento e di contenuto, rivelando sull’orizzonte trascendente i contorni di un Dio personale.
L’esperienza teologica di Pannenberg si colloca, come già si è accennato in apertura di questa breve relazione, nell’ambito della teologia protestante e nell’ultimo secolo dello scorso millennio, che vede i teologi in una fase di recupero, dovendo rispondere alle attese del mondo moderno e contemporaneo in cui sempre più vaste si fanno le conquiste delle scienze positive in genere, accanto a nuovi metodi di fare storia e critica letteraria. È ora per i teologi di battere nuove strade rispetto al passato, di ricuperare nell’ambito rigoroso della fede la sensibilità storica per lungo tempo trascurata e di acquisire nuovi strumenti ermeneutici per un’aggiornata interpretazione della Rivelazione Divina; di riprendere su nuove basi il ragionamento filosofico e metafisico tradizionale per rispondere appunto, almeno alla pari, alle sfide aperte dal pensiero kantiano e sfociate poi nell’idealismo hegeliano, nell’esistenzialismo heideggeriano e di altri pensatori fino ad arrivare al materialismo ateo di Feuerback e Marx. Ci sembra che Pannenberg sia proprio su questa linea di rinnovamento e di aggiornamento teologico, in compagnia di altri teologi di stampo cattolico, tra i quali oltre a Rahner ci appare doveroso citare Theilard de Chardin.



