Vanity Fair n. 42

Michele Santoro su Vanity Fair

Milano, 18 ottobre 2011 – «Mi sembra straordinario che già 50 mila persone – ma vedrà che andiamo verso le 100 mila – dopo aver pagato il canone Rai spendano 10 euro per vedere me. Che cosa fa Bersani, come si sintonizza con queste persone? E che cosa potrebbe accadere se si telefonassero con Di Pietro, Vendola, Casini, Fini, se andassero dal presidente della Rai Garimberti e gli chiedessero di mettermi in onda? Ma non succederà: non è alla loro portata, non sono capaci di fare queste cose normali. Questi sono soli, e lontanissimi dalla vitalità, dall’effervescenza dei giovani che tornano in strada, che protestano davanti alle banche, per esempio. Non credo che Bersani abbia alcun contatto con queste realtà. Ognuno di loro va per la sua strada e si considera autosufficiente. La verità è sotto gli occhi: i politici non li vuole sentire nessuno».

Alla vigilia della partenza della sua nuova trasmissione, Comizi d’amore – il 3 novembre su Sky, sulle Tv locali, sul Web – Michele Santoro spiega a Vanity Fair, che gli dedica la copertina in edicola dal 19 ottobre, la portata del suo progetto. Rispetto alla politica, ma anche rispetto alla Tv, e alla Rai che ha lasciato quando ha detto addio alla conduzione di Annozero. «Hanno messo ai vertici dei signorsì: sarebbe divertente vedere che cosa succederebbe se tutti i produttori di format andassero alle Bahamas per un po’ e la televisione la facessero gli attuali dirigenti Rai: andrebbe in onda il segnale orario, forse solo il monoscopio. Sono incapaci, per questo ricorrono agli esterni: la Tv che si fa assomiglia ai dirigenti che ci sono».

In 30 anni di Rai, l’ha vista via via peggiorare? «Come direbbe Travaglio, è stato un lento degradare dal lombrico alla muffa. Anni fa Claudio Petruccioli, allora presidente Rai, mi disse: “Abbiamo avuto tante polemiche ma credimi: sarà anche peggio”». Il peggior direttore generale? «Il prossimo». Masi no? «Mi vuole far parlare male di Mauro Masi? Ha avuto tratti di comicità involontaria». Lorenza Lei? «Un po’ di azienda ne sa, conosce la Rai e gli artisti. Starebbe a lei decidere, ma mi pare che non vada nella direzione di invertire la tendenza». Aggiorniamo il suo giudizio su Berlusconi? «Lasciamo perdere queste ragazze che accompagnano il suo declino. Il suo errore imperdonabile è aver raccontato al Paese che le cose andavano bene». Forse lo raccontava bene: è un grande comunicatore. «No, guardi, questo è un mito. Ha esercitato la sua seduzione verso strati marginali della società. La sua forza era riposta in quel blocco sociale che ha paura che “gli altri” aumentino le tasse e ci facciano invadere dagli immigrati. È un meccanismo elementare: porsi come garante in una società dominata dalla paura. Ma anche i suoi estimatori lo hanno sgamato, hanno capito che ha cantato una canzone stonata. Il problema è: chi ci mettiamo?». Romano Prodi, in un’intervista all’Espresso, ha detto che chiunque farebbe meglio di Berlusconi. «E non è convincente. Gli italiani devono essere sicuri che si riparta, che ci si possa fidare. Prodi, poi, ha fatto bene, ma anche tanti pasticci». Per esempio? «È stato il leader di un’ammucchiata. Farne un’altra francamente non mi pare il caso: è il momento di scelte chiare. Berlusconi, nei suoi errori, ha rappresentato un elemento per così dire semplificato della democrazia, il dualismo tra lui e l’opposizione – con me o contro di me. Nelle forme malate della democrazia italiana che è dominata dai monopoli, dalle cricche, dalle lobby, l’opposizione funzionava. Dopo, che ci sarà?».