Schiavitù e cultura nel primo cristianesimo

di Cinzia Randazzo

La schiavitù

Si tratta di una piaga sociale del mondo antico, e non solo antico. Per ciò che importa al tema però ne parleremo per il periodo che ci interessa: è necessariamente imposto. All’epoca in cui ci introduciamo era un istituto sociale radicato e giuridicamente regolamentato e protetto per chi, s’intende, stava dalla parte del padrone.

Nella vita pubblica come in quella privata, lo schiavo era un elemento indispensabile e insostituibile. Senza entrare nel come si nasceva o si diventava schiavi, materia che richiederebbe spazio e tempo, appare tuttavia opportuno fare qualche cenno sulla condizione umana e sociale su questa classe, diciamo, di individui pensanti ed agenti nel contesto dei rapporti della civile convivenza. Lo schiavo  era considerato un “oggetto“, non un “uomo“, davanti al padrone. Nessuna legge lo proteggeva da qualsiasi atto arbitrario posto in essere dal padrone contro di lui: era considerato sua proprietà strumentale alla pari di un bene qualunque. E poiché essere vivente, anche come una bestia da lavoro da sfruttare, da dominare e, volendo, pure da uccidere senza che ciò potesse comportare reato di omicidio. Non mancarono addirittura filosofi o presunti tali, evidentemente propensi alla esistenza dell’anima nell’uomo, che si posero la questione se lo schiavo avesse o no un’anima ragionevole.

Maggiore considerazione umana ebbe lo schiavo in Grecia e nell’Asia Minore: sempre schiavo però. In taluni casi venivano accettati alla iniziazione dei Misteri Eleusini, il che accordava loro un notevole attestato di partecipazione comunitaria col resto della convivenza civile.

Non mancarono comunque nella stessa Roma felici ed umani esempi di rapporti tra schiavi e padroni. Si ricorda a proposito il profondo affetto tra Cicerone ed il suo schiavo e poi liberto Tirone. Celebri le parole dello stoico Seneca: “Servi! Si, ma uomini. Servi! Sì, ma coinquilini. Servi! Sì, ma umili amici…. Ricordati che colui che tu chiami servo è nato dalla stessa stirpe umana, ha sorriso sotto lo stesso cielo, respira, vive e muore come te. Tu potresti vedere lui libero, come egli potrebbe vedere servo te” (Ad Lucilium V,6,1.10).

Lo schiavo, dal padrone, poteva essere emancipato, cioè reso libero restando tuttavia alle sue dipendenze o addirittura entrando a far parte integrante della sua famiglia, assumendone il nome.

La cultura

La cultura, in antico, era appannaggio dei ceti sociali più elevati e facoltosi, ed assai limitata negli uomini liberi a causa delle scarse possibilità economiche. Salvo naturalmente eccezioni che pertanto confermavano la regola. Uomini colti caduti per varie ragioni allo stato di schiavitù, di solito, servivano il padrone quali “grammatici o litterati“. Le famiglie facoltose amavano molto la educazione culturale dei figli che, generalmente, mandavano a scuole di perfezionamento in grandi centri. Preferibilmente in Grecia, ad Atene, considerata, questa, la città più preparata e idonea allo scopo  per la sua fama di regina della cultura.

Al tempo di Paolo facevano banco di cultura gli stoici e gli epicurei, gruppi che si rifacevano a dottrine filosofiche provenienti dalla Grecia, i cui epigoni massimi erano Zenone di Cinzio ed Epicuro, vissuti a cavallo tra il III ed il II sec. a.C.; sia gli stoici e sia gli epicurei, pur molto diversi in dottrina e pensiero, erano perfetti materialisti. Nel campo morale si proponevano di raggiungere la perfetta imperturbabilità, concepita però differentemente, come del resto anche lo stesso principio della divinità, naturalmente e nell’una e nell’altra scuola nell’ambito di una concettualità materialista.

Lassista l’epicureo, rigore radicale nello stoico.

Accanto a queste correnti filosofiche venivano professate dottrine di contenuto, più che filosofico, religioso: l’orfismo ed il neopitagorismo. Il primo dottrina di salvezza, ascesi d’ispirazione dualistica, agli adepti veniva promessa una purificazione progressiva fino a liberare la particella divina racchiusa nell’uomo. La liberazione della particella divina (la disioniaca costituente l’anima), dal corpo (l’elemento titanico, il male), si conseguiva con una serie di trasmigrazioni o metempsicosi. Il secondo, il neopitagorismo, si risolveva nella aspirazione della unione con la divinità. Sia l’orfismo, che il neopitagorismo, non furono mai capaci di assurgere ad un Dio personale.