La missione di Roncalli in Grecia

di Cinzia Randazzo

La sua terza tappa missionaria, si fa per dire, non meno facile delle precedenti, fu la Grecia. Il governo greco mostrava una aperta e palese ostilità contro i “papisti” cioè i vescovi e i fedeli di rito latino e bizantino, continuamente travagliato com’era dall’indole ferrea e ostinata del patriarca ortodosso di Atene Damaschinos.

In questo clima mons. Roncalli salutò modestamente i vescovi di Grecia, intuendo che la condotta migliore nei confronti di un governo difensore strenuo della Chiesa ortodossa, sarebbe stata l’accortezza e la prudenza.

Quando varcò la frontiera, mons. Roncalli ricevette le più sentite congratulazioni dagli emissari del governo, soddisfatti del suo tatto. Dopo il colpo di stato del generale Metaxas che ristabilì la monarchia richiamando al potere Giorgio II, esiliato dal 1924, mons. Roncalli non volle minimamente turbare l’opinione pubblica ma espose con calma le pratiche restrittive  imposte ai vescovi e al clero, impossibilitati di entrare nella Grecia.

Anch’egli era nella medesima difficoltà. Tuttavia, benchè provvisto del passaporto diplomatico, potè rientrare in Grecia convinto che la suddetta situazione religiosa dipendeva dal metropolita ortodosso, per cui se i cattolici avessero avanzato alcune proposte, il re ne sarebbe stato certamente soddisfatto ed avrebbe cercato di migliorare le condizioni di questi suoi sudditi.

Il giovane vescovo ebbe un’udienza col dittatore Metaxas che lo pregò di stendere  un “modus vivendi”, in modo da giungere a un regolamento dei rapporti fra lo stato greco  e la Santa Sede. Il lavoro fu lungo e oneroso. Intanto mons Roncalli, successivamente, in una sua visita, ebbe modo di avvicinare tutti i vescovi e il clero cattolici.

Il suo sogno che era poi quello di una pacifica convivenza della minoranza cattolica con il resto della popolazione di altra fede, in parte grazie a Dio, si realizzò. Rinvigoritasi la sua posizione nell’ambito greco, propose la costruzione di una cattedrale cattolica in Atene di rito bizantino, ciò con molto tatto diplomatico, senza suscitare sospetti di proselitismo.

Il vescovo cattolico di Atene, nella fattispecie, avrebbe avuto la giurisdizione su tutti i cattolici residenti in Grecia e in Turchia, perchè la stessa Atene poteva considerarsi a ragione la capitale di tutti gli Elleni. La proposta fu accettata e all’arcivescovo  di Atene, che fino a quel momento aveva agito come semplice rappresentanza del vicario apostolico, venne riconosciuto il diritto di esercitare il suo potere giurisdizionale e pastorale sui cattolici dianzi ricordati.

Nel frattempo, mentre era in corso a Roma la preparazione del “modus vivendi”, nel 1938, in Grecia, entrò in vigore una legge che permetteva i matrimoni misti, sicuramente sollecitata e voluta dalle autorità religiose ortodosse, tese ad impedire la presentazione dello stesso “modus vivendi”.

Fu dato anche un drastico riconoscimento agli ordini sacri della Chiesa anglicana. Anglicani e ortodossi erano certi di suscitare opposizione e polemica da parte del delegato cattolico che, contrariamente a quanto speravano e credevano, non intervenne ufficialmente nella questione dei matrimoni misti, ma espresse invece la propria compiacenza per l’unità dei fratelli separati.

A Berlino, in quel tempo, si svolgevano le olimpiadi, interpretate dalla stampa nazista come esaltazione della forza e della bellezza fisica con particolare riferimento alla prosperità della razza teutonica e alla sua preminenza sul mondo, un tutto esaltato e accompagnato da una ritualità che si richiamava ai riti pagani.

Anche in Italia, la fiaccola accesa ad Olimpia, e che giunta a Berlino diede inizio alla competizione olimpica, ebbe profonda eco, e tutta la stampa, sulla scia della tedesca ebbe ad esaltare questo ritorno alla ritualità pagana.

La stessa Grecia non ne rimase immune, tanto che l’evento fu visto come simbolo della antica civiltà ellenistica che si riproponeva; civiltà custodita e resa viva dalla Chiesa ortodossa. Il “modus vivendi” così non ebbe occasione di entrare in Grecia per la esagerata esaltazione del paganesimo.

Il 2 marzo 1939 alla morte di Pio XI venne eletto Pio XII. Il nuovo pontificato si ebbe con l’inizio della seconda guerra mondiale che poi si allarga, a macchia d’olio, coinvolgendo quasi tutti i continenti. La Turchia si dichiarò neutrale. Mons. Roncalli, che si trovava a Instanbul, dimostrò ancora una volta il suo amore per i sofferenti; con sentimenti di vera fraternità cristiana si volse a quanti si erano trovati di fronte a tanto odio e immeritata carneficina. La tragica condizione degli ebrei in Germania e in Polonia inorridiva il cuore del Roncalli che continuava instancabilmente  il suo officio di bontà, teso ad unire i dispersi e i prigionieri con le famiglie, seminando ovunque tanta pace e bene infinito.

La visita dell’ambasciatore tedesco von Papen urtò la sua abituale serenità al ricordo di milioni di ebrei che venivano massacrati in Germania dagli stessi compatrioti. Von Papen, benché tedesco, stimò Roncalli aiutandolo come poté nel suo ministero di bene.

Una nave di bambini ebrei sfuggiti, per grazia di Dio, dalla carneficina nazista, approdò al porto di Instanbul domandando asilo politico. Il governo turco, allora neutrale, dispose che il carico dei bambini ebrei tornasse in Germania, ma mons. Roncalli con mano sicura provvide al dirottamento della nave in altro porto neutro  e sicuro.

Il governo di Ankara accettò e i bambini ebrei furono salvi. La piccola nave di bambini innocenti partì da Instanbul proseguendo per terre più sicure. Mons. Roncalli dette sicurezza a quella nave avendo redatto egli stesso in persona i fogli di transito, aiutato in parte dai suoi assistenti. Tali fatti e gesti, a mio avviso, non possono non restare nella storia come significativi di profondo amore verso gli ebrei, come d’altra parte, più tardi, lo sarà la soppressione dell’appellativo “perfidi”, recitato nella liturgia del venerdì santo. Si dice che gli ebrei, salvati e aiutati dal Roncalli in Turchia, fossero circa 25.000.

Il 28 ottobre 1940 Mussolini dichiarò guerra alla Grecia, che oppose una valorosa resistenza durata ben sei mesi, cioè fino all’arrivo delle soverchianti forze armate tedesche: l’intera penisola balcanica venne occupata  con gravi danni civili e morali. La situazione creatasi in quel regime era tragica e le numerose visite, che il Roncalli fece negli ospedali e nei campi di concentramento, non poterono impedire  la morte di intere popolazioni, dovuta per mancanza di cibo. Il presule provvide a siffatta grave situazione con l’aiuto del nunzio di Berna, che gli mandò una certa quantità di medicinali e latte in polvere condensato per i bambini greci. Anche i “Focolari della Provvidenza”, sensibilizzati a tale riguardo, fornirono vivande calde.

Il sindaco di Atene Ayelo Georgatos espresse la sua più profonda riconoscenza a mons. Roncalli, che aveva provveduto in maniera soddisfacente al fabbisogno di un’intera popolazione misera e bisognosa. Il Roncalli, venuto a conoscenza del faticoso impegno del patriarca Damaschinos, teso a migliorare le condizioni della popolazione che formalmente soffriva e moriva anche d’inedia, chiese al patriarca stesso una breve visita con il proposito di non metterlo in imbarazzo e di lasciarlo libero di agire di propria iniziativa.

Damaschinos, accortosi della delicatezza ospitale del presule, confermò il primo incontro nel palazzo Paleofalero nell’appartamento di Clemente Mancas, presidente della camera di commercio della Grecia. Entrambi, mostrando molta comprensione l’uno per l’altro, decisero un secondo incontro che ebbe luogo nell’appartamento, sito nel medesimo palazzo, dell’avvocato generale dello stato Geogakhi, amico di Damaschinos.

La conclusione dell’incontro fu che il metropolita greco chiese a Pio XII i necessari aiuti a favore della popolazione affamata, indigente e sofferente. L’appello fu steso in una lettera firmata, prima di tutto, dal patriarca, seguita, poi, da altri dignitari della Chiesa greca. Prima del definitivo saluto, i due notarono sui loro visi soddisfatti l’amore che li univa in un servizio di pace e di riconciliazione.

La messa più significativa che suggellò in maniera chiara, leale ed evidente, l’amicizia dei due uomini e la conseguente unità raggiunta nella circostanza fra le due chiese, fu il bacio di pace offerto da mons. Roncalli in nome della chiesa cattolica al fratello ortodosso Damaschinos. Da ciò sollecitato, Pio XII mandò aiuti alla Grecia anche se non in misura abbondante e, allo stesso tempo, Roncalli lasciò il tutto nelle mani del metropolita, partendo per Instanbul.

Mons. Roncalli usava spostarsi spesso per le visite pastorali dalla sua sede di Istanbul e, in una di queste sue visite periodiche, giunse alla frontiera albanese dove si trovavano le truppe militari italiane: nella circostanza la quinta divisione alpini.

Passò in rassegna i reparti e, nel mentre che faceva ciò, notò un piccolo movimento tra i soldati che stavano sull’attenti: un caporale, tra gli sgomenti sguardi degli ufficiali, venne fuori dalle file avvicinandosi al presule che gli chiese: “Cosa vuoi, ragazzo mio?”. Prostrandosi a terra e baciandogli l’anello, il soldato rispose: “Posso, eccellenza, abbracciarvi a nome di tutti?”. Gentilmente il Roncalli aiutò il caporale ad alzarsi e lo abbracciò. Questo caporale si chiamava Angelo Marchesi, ed era figlio di sua sorella Assunta. Il nunzio estese il suo abbraccio a tutti coloro che erano presenti in quella terra tanto tormentata, ivi compreso i feriti e quanti soffrivano le conseguenze della guerra. Ricordò amorevolmente anche i caduti.

Trovandosi nel bel mezzo di un reparto di fanteria, notò alcuni soldati che distribuivano dei pani ai bimbi, per i quali la fame non era  un mistero. Il Roncalli ebbe parole di ammirazione e di compiacimento per tanta generosità, concreto esempio di carità cristiana. Mentre la guerra volgeva al termine, in Grecia, lasciata libera dalle truppe tedesche di occupazione che si erano ritirate in Iugoslavia, si scatenò una guerriglia, aiutata tra l’altro dalle truppe inglesi, che dilagò anche in funeste repressioni. Il nunzio sentì il dovere di recarsi in quel paese onde, ancora una volta, essere vicino a sofferenti e portare loro, se non altro, una parola paterna di amore e di speranza.

Atene spesso subiva bombardamenti da parte delle forze aeree alleate, per cui mons.Calavany si rivolse al nunzio apostolico, affinché intervenisse in qualche modo per farli cessare. Pio XII, che al pari della sua Roma amava la capitale greca, fece quanto gli era possibile, tanto che i bombardamenti cessarono. Fu così che Atene, antico centro storico di civiltà, di cultura e di arte, fu in parte risparmiata dall’opera distruggitrice delle bombe, con i suoi meravigliosi monumenti.

Anche ad Atene mons. Roncalli non mancò di visitare luoghi, ospedali dove si trovavano i feriti, anche tedeschi, poiché, per lui, erano anch’essi come gli altri in contrapposizione bellica, figli di Dio, fratelli da soccorrere amorevolmente.

Tornò poi a Istanbul, dove trovò von Papen in partenza. Nella circostanza gli scrisse una lettera di tenero compiacimento e di ringraziamento per l’opera benefica, portata dallo stesso, nell’ambito della fede apostolica.

Il 6 dicembre a mons. Roncalli giunse un telegramma, con il quale gli veniva comunicato che il santo padre lo aveva trasferito nunzio a Parigi. Di ciò informò i suoi cari familiari di Sotto il Monte mediante una lettera  inviata loro il 7 dicembre 1944, e dove tra l’altro, confessò la sua diffidenza, il timore di se stesso; insomma  tutti quei sentimenti di avvertita ed umana impotenza, che lo prendevano una volta posta la mente alla missione che doveva affrontare. Ciò oltre ad esternare la sua meraviglia per essere stato, lui, scelto dal Santo Padre. Avrebbe preferito restarsene a Instanbul. Comunque, niente di allarmante. Si abbandonava totalmente al Signore, certo del suo aiuto e della sua guida nei giorni futuri.

L’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, i padri francescani organizzarono una festicciola per il decimo anniversario del suo arrivo in Turchia. Il nunzio vi aderì malinconicamente e alla fine confidò loro la sua imminente nunziatura a Parigi, la cui comunicazione ufficiale arrivò il 22 dicembre 1944.

Il 23 dicembre mons. Roncalli volle a pranzo con sé i sacerdoti di Istanbul; poi li abbracciò dando loro, per ciascuno, due zecchini d’oro, simbolo di carità nella Sacra Scrittura.

Recatosi a Ankara, il 26 dicembre scrisse all’incaricato di affari mons. Paolo Pappalardo un semplice invito a pregare per lui nel caso che avesse sentito critiche e lamentele nei suoi riguardi.            Con un fiducioso e caldo ringraziamento a Dio si firmò, a pié della lettera, Angelo Giuseppe Roncalli, arcivescovo di Mesembria.