Daft Punk su Rolling Stone

Negli ultimi 20 anni hanno cambiato il volto della musica dance planetaria. Ora con “Get Lucky” (e l’album “Random Access Memories”) i due robottoni parigini hanno azzeccato pure il tormentone assoluto dell’estate. Per il mensile Rolling Stone – in edicola dal 29 giugno – hanno tolto le maschere e aperto le porte del loro rifugio parigino. Oltre a nascondere il loro volto dal vivo, nei video e nelle foto, i Daft Punk sono molto gelosi della loro privacy, e non amano accogliere estranei nel loro studio. L’eccezione fatta per Rolling Stone è dunque un’occasione più unica che rara per curiosare nel loro mondo. Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, amici da una vita, indicano la stanza senza finestre in cui – dal 2008 a oggi – hanno passato un incalcolabile numero di ore chini sui sintetizzatori, perfezionando il loro nuovo album Random Access Memories: «E comunque, noi stiamo sempre chiusi là dentro».
«La musica elettronica», spiega Bangalter, «oggi si è ritirata in una specie di comfort zone. E questo non va bene».  I Daft Punk non perdono occasione per rimarcare il loro scetticismo verso i propri “eredi” e le loro linee di basso regolari come un orologio. «L’elettronica di oggi è come un energy drink», aggiunge Bangalter: «Aggressiva, iperstimolante. Ma alla fine smuove poco o niente a livello emotivo. Cerca in ogni modo di farti sentirti vivo, ma…». «…Ma non è profonda, è tutta superficie», interviene de Homem-Christo. «C’è la stessa differenza che corre tra erotismo e pornografia», conclude Bangalter. Per questo, per Random Access Memories, i Daft Punk hanno ricominciato da zero. Basta campionamenti di vinili disco, funk e soft-rock, basta drum-machine – «È come guidare con il pilota automatico». Il piano che stava formandosi nella loro testa – «Ricostruire il nostro suono dalle fondamenta, utilizzando le persone al posto delle macchine» – era destinato a portarli ben oltre i confini della semplice musica elettronica da ballo, e comunque sempre un paio di passi avanti ai loro imitatori. «L’elettronica è in crisi», sentenzia Bangalter. «Una crisi di identità. Ascolti un pezzo e ti chiedi: di chi è? Non c’è una firma. Tutti hanno a disposizione gli stessi strumenti, e tutto suona come se fosse stato fatto con l’iPad. Se tutti sanno qual è il trucco, la magia è finita». Negli anni ’90, ai tempi dei loro esordi, Thomas e Guy-Manuel erano soliti presentarsi alle interviste e agli shooting fotografici indossando maschere di Halloween o addirittura dei sacchi neri. Poi sono arrivati i caschi da robot: secondo Bangalter, i caschi hanno fatto dei Daft Punk «qualcosa di molto simile a Andy Warhol, un mix di produzione seriale e arte. Fra l’altro, su eBay è pieno di caschi dei Daft Punk fatti in casa. Ma hanno tutti le proporzioni sbagliate!».
 
Sul sito di Rolling Stone il report esclusivo del dietro le quinte all’ultimo Coachella Festival, con i Daft Punk ospiti “invisibili”… http://www.rollingstonemagazine.it/musica/news-musica/dietro-le-quinte-con-i-daft-punk/