Paolo cenni introduttivi 2

Paolo apostolo

“Io sono un uomo giudeo, nato in Tarso della Cilicia” (At 22,3): così Paolo si presenta alla folla dei giudei molto agitati contro di lui in Gerusalemme. È questo senza alcun dubbio un atto di sfida rivolto ai suoi della medesima razza che gli contestavano la scelta cristiana e che, tra l’altro, rivela in lui una forte personalità, coraggiosa e psicologicamente pronta a difendere, con la parola e l’azione, fino alle più estreme conseguenze, quella nuova fede, si può dire, traumaticamente acquisita. È questo un fatto di carattere e di ordine psicologico, un punto fermo della personalità dell’apostolo, allorquando dovremo, in seguito, confrontarlo con la sua esperienza missionaria e letteraria.

Poco sappiamo della famiglia di Paolo. Sappiamo invece con certezza, come gli Atti attestano (At 16,37) che possedette la cittadinanza romana trasmessagli dal padre, della quale ne fece uso quando se ne presentò la necessità (At 25,11-12). Della famiglia, senza alcun dubbio ebraica, Paolo conservò un tenace attaccamento alla propria discendenza nazionale e tribale, costante caratteristica delle popolazioni semitiche come lo dimostra quando ebbe a precisare nella lettera ai Filippesi (3,5), cioè di “essere della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei”.

La sua educazione pertanto, sia pure in terra di diaspora e pagana, fu certamente e rigorosamente giudaica e cioè in linea alle rigide norme della Legge scritta, la Torah, e alla tradizione orale rabbinica. Infatti il suo nome d’origine, quello impostogli il giorno della circoncisione, è Saulo. Paolo è il nome romano ovviamente conseguente alla sua cittadinanza civile ereditata dal padre e che, dopo quello di Saul, appare per la prima volta in Atti 13,9 dopo l’incontro dell’apostolo col proconsole dell’Isola di Cipro, Sergio Paolo, durante il primo viaggio missionario: “Senonchè Saulo, che è anche Paolo, ripieno di Spirito Santo (…)”.

Educazione rigorosamente giudaica si è detto. Infatti dopo la pensabile preparazione dell’età infantile nella sinagoga e in famiglia, all’età di circa 14 anni Paolo è a Gerusalemme presso la scuola del rabbino Gamaliele il vecchio, particolarmente valida per l’insegnamento della Legge scritta e della tradizione orale. Paolo dovette essere un allievo degno di attenzione, dal momento che la sua preparazione intellettuale e religiosa, il che significa anche politica per un certo verso, compiuti gli studi trovò accoglienza nelle relazioni col sinedrio e con i dotti circoli di Gerusalemme, tanto da ricevere dagli stessi fiducia, incarichi di rappresentanza e di azione.

All’alba della sua maturità, certamente in forza del vissuto di cui abbiamo fatto rapida sintesi, Paolo si presenta come un uomo di forte personalità, imbevuto di fariseismo nel suo più positivo significato, praticante scrupoloso di tutte le prescrizioni legali dell’ebraismo considerate struttura base della biblica spiritualità; un uomo pieno di fervore farisaico che lo condurrà poi all’odio profondo verso il nascente cristianesimo, i cui seguaci riteneva un pericolo per l’ordine teocratico costituito.

Misura di ogni umana azione è la legge e la tradizione orale dell’ebraismo. Un uomo la cui carità si ferma alle porte di casa e della propria razza. Intransigente. Psicologicamente da questo stato antropologico condizionato. Lo vediamo nel giovane che custodisce i mantelli dei lapidatori di Stefano e consenziente per la sua uccisione (Atti 7,38.8,1). Lo vediamo quando

odiosamente minaccioso e desideroso di strage contro i discepoli del Signore, si reca dal sommo sacerdote a chiedere lui credenziali per Damasco indirizzate alle sinagoghe di questa città, ciò ivi per arrestare e portare a Gerusalemme, legati, quanti, sia uomini che donne, risultassero seguaci della nuova fede eretica rispetto all’ebraismo ufficiale e legale (Atti 9,1-2).

            Questo è Paolo ebreo intellettualmente, religiosamente, psicologicamente formato, al momento in cui si avvia, con altri, forse un drappello di soldati israeliti, verso Damasco. Nulla poteva far pensare che sulla via, appunto di Damasco, si sarebbe verificato un fatto straordinario, miracoloso se si vuole, quello che avrebbe trasformato il Paolo rigorosamente e radicalmente ebreo, in un Paolo, pur sempre ebreo, ma araldo di quel Cristo che intendeva perseguitare nelle persone dei suoi discepoli e seguaci. In un Paolo quindi in cui alla rigida validità della Legge e della tradizione del popolo ebraico, aggiungerà la valenza dell’amore che lo farà consacrare alla storia come “l’apostolo delle genti”. “Saulo, Saulo, perchè mi perseguiti? (…). Chi sei Signore? (…). Io sono quel Gesù che perseguiti. Ma levati su ed entra nella città, e ti sarà detto che cosa devi fare” (Atti 9,4-6). Folgorazione, dialogo e conversione. Da quel momento la personalità dell’apostolo, intesa come risultante o sintesi delle sue umane componenti, non esclusa la psicologica, sarà dominata da Cristo Signore: “In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, così Paolo in Gal 2,19-20. Paolo, il nuovo Paolo, ebreo tra gli ebrei, non rompe con il suo passato contraddistinto da correttezza intellettuale e morale, aderenti alla tradizione di fede e alla rigorosità degli assunti legali ed istituzionali del mondo ebraico, in Cristo, dal quale si sente totalmente preso.

Egli coglie la continuità delle antiche scritture, il compimento profetico finale e irripetibile nella storia della salvezza che egli proclama e annuncia, non solo al popolo di cui etnicamente è parte, ma anche al mondo pagano, in ordine al mandato del divino Maestro, Cristo Risorto: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20) (1Cor 12,13).