Antropologia nell’A Diogneto (seconda parte)

A Diogneto

Si trattò, in fondo, di portare Cristo, la sua Pasqua di resurrezione e le prospettive di vita nuova che conseguivano; vita proiettata nella eternità del Padre celeste, nel mondo di allora, generalmente incredulo, prevenuto ed ostile; di offrire, a questo stesso mondo, la coordinata umana e allo stesso tempo divina dell’amore, legittimata dalla croce, dalla sofferenza e dalla morte del Figlio di Dio, Gesù il Cristo, che in si tragica circostanza, lui innocente, dall’alto d’infamante patibolo, dice parole di perdono e di comprensione nei confronti dei suoi persecutori.

Egli mette in discussione se stesso sulla bilancia della carente  e interessata giustizia umana, una volta per sempre nella storia di tutti i tempi, a riscatto della condizione umana appunto, corrosa dal peccato. Apparente sconfitta, vana e vuota soddisfazione della superbia, schermante e beffarda che lo guarda morente, che assiste provocante alla sua agonia, incapace, perchè incredula, di comprenderne il valore cosmico: di lì a tre giorni la Resurrezione, la vittoria dell’eterno nella caducità delle cose umane e terrene, in proiezione una nuova società, la Chiesa (At 2,42-48), dove l’amore sarà la parola d’ordine a valenza coagulante e perciò promotrice comunitaria di uomini nuovi. Uomini resi tali dal Battesimo cristiano, viventi nello Spirito Santo:

 “Andate dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,19-20), “In verità, in verità vi dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito (…). In verità, in verità vi dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi no accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?

Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perchè chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Riferimento alla croce di Cristo innalzata sul Calvario, motivo di salvezza nel deserto umano conseguente al peccato, come lo fu il “serpente” innalzato nel deserto del Siani, sede della infedeltà d’Israele) “Chiunque fa il male, odia la luce e non viene alla luce perchè non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perchè appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte da Dio” (Mt 28,19-20; Gv 3,3.5-8.11-15.20-21).

Portare, dunque, Cristo nel mondo, con la predicazione, lettere, idee e concetti; questa l’enorme edificante missione che si accollarono generosamente i Padri e gli Apologisti, molti dei quali pagarono anche con la vita, offerta e sacrificata sugli altari imperiali di una Roma ferocemente persecutoria nei riguardi dei seguaci di Cristo. Si trattò, allora, di una testimonianza di Fede mirante al capovolgimento dei cuori, in sostanza al capovolgimento radicale di tutti quei valori, a torto o a ragione dati i tempi, coltivati ed affermati nella società pagana e, altresì, a riguardo del mondo giudaico, ad affermarne la continuità nella chiesa cristiana nascente: anello di congiunzione, non di rottura, Cristo Signore: il Nazareno morto sulla croce e risorto dopo tre giorni, secondo le Scritture.