Gesu': le città e il popolo 2

Gesù

di Cinzia RANDAZZO 

4. Gesù e le città

Gesù aveva designato altri 72 discepoli per inviarli “a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi” (Lc 10,1). La prima cosa che ordina loro è di pregare,“il padrone della messe perchè mandi operai nella sua messe” (10,2) e poi di andare in questi luoghi senza portare addosso alcunchè e senza salutare nessuno lungo il cammino: “Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada” (Lc 10,3-4).  Gesù li esorta quando entrano in qualunque casa a dire che la pace scenda su quella casa (Lc 10,5). La pace scenderà davvero su quella casa se vi è un operatore di pace: “Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi” (Lc 10,6).

Egli li ammonisce ad avere, in qualunque città entrino e li accolgano, un atteggiamento improntato alla carità, mangiando quello che preparano e curando i malati:

In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perchè l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa (Lc 10,5-7).

Invece quando entrano in quelle città che non offrono  loro ospitalità, essi hanno il compito di scuotere contro gli abitanti di quelle città la polvere che si è attaccata ai loro piedi, facendo loro intuire che gli abitanti di queste città hanno avuto un simile atteggiamento nei confronti dei discepoli.

A causa di questo malsano atteggiamento inospitale gli abitanti di queste città, quando arriverà il regno di Dio, avranno una sorte peggiore di quella di Sodoma (Lc 10,8-12) che ai tempi fu distrutta da Dio con fuoco e zolfo che Dio fece piovere dal cielo (Gen 19,25), perchè “gli uomini di Sodoma erano perversi e peccavano molto contro il Signore” (Gen 13,13). Gli abitanti di queste città, che non hanno ospitato tali discepoli, hanno compiuto peccato contro Cristo e contro Dio che lo ha mandato (Lc 10,16), perchè egli vuole che gli uomini divengano immagine vivente di Lui in quanto a immagine di Dio l’uomo è stato creato (Gen 1,3), aiutandosi a vicenda e amandosi l’un con l’altro mediante la condivisione e l’ospitalità.            

Parallelamente a queste città anche Tiro, Sidone e Cafarnao avranno una simile sorte, perchè hanno disprezzato Cristo e Dio che lo ha mandato, non offrendo ospitalità ai discepoli che Cristo aveva inviato in ogni città (Lc 10,13-16).            

Dalla missione dei settantadue discepoli se ne possono trarre linee significative per un corretto approccio al comportamento da tenere, quando si entra in una qualsiasi città; linee che riassumiamo qui di seguito:

–  la semplicità nel vestire. I discepoli, seguendo l’ammonizione del Maestro, entrano nella città senza portare niente con sé, né bisaccia, né sandali e né borsa. I discepoli si contraddistinguono nell’essere umili e semplici nel portamento, perchè per loro è fondamentale seguire gli insegnamenti del Maestro. Dal loro portamento si intuisce che essi sono figli della luce, della Verità che è Cristo in quanto preferiscono la semplicità all’accumulo di cose materiali che rendono l’anima succube e schiava di questi. La luce della Verità si riflette nei loro corpi semplici, perchè sui loro corpi non è stato aggiunto nulla che potesse provenire dalla materia e dalle mani dell’uomo.

–        L’astensione dal salutare chiunque strada facendo. Il salutare per strada chicchessia è segno di irriverenza nei confronti del Maestro, perchè dà lui hanno avuto origine e vita tutte le cose e da lui soltanto i discepoli hanno ricevuto l’incarico di andare “in mezzo ai lupi”. 

–        L’annunzio della pace. In qualunque casa entrino, i discepoli sono chiamati a dare con la bocca l’annunzio della pace, a cui ne consegue la discesa se effettivamente uno dei familiari accoglie l’invito alla pace.

–        Il soggiorno in quella casa. In qualunque casa restino i discepoli sono chiamati a testimoniare la loro semplicità anche nel mangiare e nel bere quello che loro sarà dato.

–        Mancanza di curiosità nei confronti della casa altrui.

–        La condizione per la permanenza dei discepoli in quella città è l’accoglienza di coloro che vi abitano. I discepoli testimoniano la propria semplicità nel mangiare quello che loro danno da mangiare, e nel divenire operatori di carità, curando i malati.

–        Atteggiamento di ripulsa dei discepoli nei confronti della città che non li accoglie. Segno tangibile del rifiuto della salvezza, personificata da Cristo. Chi non vuole salvarsi non verrà salvato.

–        Il disprezzo dei discepoli è segno del disprezzo di Cristo e a coloro che rifiutano Cristo, cioè la salvezza, vicino è il giudizio di Dio, come per le città di Sodoma e Gomorra.

         Queste direttive di vita e di comportamenti, impartiti dal Maestro ai discepoli, possono servire anche oggi per coloro che si recano in qualunque città e per coloro che detengono il potere della cosa pubblica. Tutti siamo chiamati, compresi i politici che hanno le redini del governo, a essere semplici nel vestire e non a  sfoggiare vestiti che degradano la salute stessa dell’anima, rendendola debole perchè impigliata nella sete di ricchezza e non in quella del bene comune.

            Anche negli stessi rapporti tra cittadini dovrebbe essere frequente l’annuncio della pace, perchè dall’annuncio è possibile che chi ascolta accolga tale annunzio generando nella pratica concrete azioni vissute all’insegna della pace.

Gli atteggiamenti dei discepoli e i loro modi di vivere nei confronti della città dovrebbero essere di esempio per tutti i cittadini, se vogliamo veramente costruire una polis all’insegna della trasparenza e non della sopraffazione degli uni nei confronti degli altri. Lo stesso Socrate, il grande filosofo della Magna Grecia vissuto nel IV sec. A.C., sosteneva che la politica doveva essere al servizio della polis, non al servizio della sopraffazione dell’uomo nei confronti del suo simile.

La polis, intesa come un agglomerato di persone, di edifici e di monumenti, è chiamata ad essere tutelata in vista del suo bene comune, intendendo per “suo bene” non solo l’allestimento di strategie volte a salvaguardare il patrimonio pubblico e ornamentale di ogni città d’Italia, ma anche l’implementazione di misure atte a migliorare la salute e il benessere degli stessi cittadini che vi abitano sia a livello fisico che relazionale. La posta in gioco sta, sull’orma di Socrate, di non conformarsi alle opinioni correnti che circolano nella polis, ma nel realizzare la virtù politica seguendo il proprio daimon che ci richiama ogni volta a essere se stessi, a vivere consapevolmente, non presi dai bei discorsi, non presi da questa o quella ideologia, da questo o quel mestiere, che invita ciascuno ad assumere le proprie responsabilità, a realizzare bene quello che ciascuno è.

Questo diviene l’arsenale del vero bene per tutti i cittadini. Colui che coltiva il proprio daimon, liberandosi dal conformismo, dagli egoismi di parte e dalle convinzioni della folla, per realizzare bene quello che lui è, diviene uomo politico perchè realizza la virtù morale che è virtù politica. L’uomo politico è chiamato a preoccuparsi non delle cose della città, ma della polis stessa.

Sulla falsariga del pensiero di Socrate si pone Agostino, per il quale senza la vera giustizia- la quale è anch’essa una virtù morale che consiste a dare a ciascuno il suo- è impossibile per i politici governare lo stato:

Ciò che si compie in base al diritto infatti è certamente giusto, ciò che si compie contro la giustizia non può essere secondo il diritto. Certo, non si possono definire o ritenere giuridiche istituzioni umane inique, poiché essi stessi affermano che il diritto sorge dalla giustizia, dichiarando falsa l’opinione, che di solito viene espressa da chi non la pensa rettamente, secondo cui il diritto coincide con il vantaggio del più forte. Dove quindi non c’è vera giustizia, non può esservi un insieme di uomini associati da un accordo giuridico e perciò non può esservi neppure un popolo, secondo la definizione di Scipione, o piuttosto di Cicerone (…) se non è popolo quello che non è associato da un accordo giuridico, e se non vi è diritto dove non è alcuna giustizia, si conclude senza ombra di dubbio che dove non c’è giustizia non c’è Stato. La giustizia è la virtù che riconosce a ciascuno il suo. Quale giustizia dunque è quella dell’uomo che sottrae l’uomo stesso al vero Dio e lo sottomette a demoni immondi? È proprio questo il riconoscere a ciascuno il suo?.

La giustizia è una virtù alla quale l’uomo ambisce, ma che in realtà non viene realizzata, dal momento che l’uomo tende sempre a imporre la propria volontà su quella degli altri;  tensione ereditata dai nostri progenitori dopo la falsa presunzione di considerarsi come Dio. Risuona il monito stesso di Socrate che invita l’uomo a conoscere se stesso, a conoscere i propri limiti e a non reputarsi falsamente di essere come Dio, offendendo in tal modo la divinità che è in ciascun uomo:

Vi è in me un che divino e demoniaco […] ed è come una voce  che io sento dentro fin da fanciullo, la quale, ogni volta che la sento, mi dissuade da quello che sto per fare, sospingere, non sospinge mai.  

Sotto questo profilo è bene, sull’orma dell’insegnamento di Gesù, non salutare nessuno quando camminiamo per strada, perchè ciò che conta è prendersi cura della propria anima per divenire ciò per cui l’uomo è stato creato, cioè per essere segno vivente sulla terra della virtù morale che conduce l’uomo alla felicità.

L’uomo che insegna agli altri a prendersi cura della propria anima, fuggendo le false reputazioni, la ricchezza e tutto ciò che ostacola a realizzare se stessi, è annoverato come un uomo che vuole il bene della città, cioè il bene comune. E’ inutile salutare chicchessia, perchè il saluto non è il fattore principale della realizzazione della propria coscienza critica morale. Infatti frutto della virtù morale è il senso della moderazione che si estrinseca nel non essere tracotanti e né tanto meno superbi nei confronti degli altri. La moderazione e la semplicità nel mangiare sono segni dell’uomo virtuoso; comportamenti che i discepoli di Gesù hanno testimoniato non solo nel mangiare quello che hanno preparato per loro chi li ha ospitati, ma anche nell’accogliere chi li ha ospitati, concretizzando questa loro semplicità di cuore pure nel curare i malati. I discepoli, dietro l’ammonizione di Gesù, diventano essi stessi segni concreti di semplicità sia nel corpo, perchè sono semplici nel vestire, che nello spirito, perchè antepongono la carità alla superbia.  I discepoli concretizzano gli insegnamenti del Maestro perchè egli è la personificazione della stessa sapienza di Dio. I discepoli, facendo proprie le parole del Maestro, divengono copie viventi della sua sapienza e vivono, come afferma Agostino felici sulla terra all’insegna della pietà e probità. Questi “importanti doni di Dio, bastano a renderli veramente felici, per condurre bene questa vita e poi godere quella eterna”.   

Sempre Agostino, in linea con Socrate, sostiene che la felicità dello stato, e quindi delle singole città che formano lo Stato, consiste nel rendere felici i cittadini che lo compongono e i cittadini possono divenire felici solo se confidano in Dio che è dentro di noi, identificato da Socrate col daimon, e non con la propria individualità:

La felicità delle singole persone e dello Stato ha la medesima origine (…). nessuno deve riporre la speranza neppure in se stesso, poiché anch’egli è un uomo. Per oltrepassare quindi le linee di confine di tutte le falsità e pazzie menzognere e per collocare la felicità in ciò in cui veramente consiste il Salmista soggiunse: Beato invece è il popolo che ha per suo Dio il Signore.(…). Chiediamo quindi a Dio, nostro Signore, il quale ci ha creati, sia la forza per vincere i mali di questa vita, sia la felicità da godere nella sua eternità dopo la vita presente, affinchè, secondo quanto dice l’Apostolo: chi si vuol vantare, si vanti nel Signore. Ecco quale dev’essere l’oggetto dei desideri per voi e per lo Stato, di cui siamo cittadini: in effetti una medesima origine ha la felicità dello Stato e quella dell’uomo, poiché uno Stato non è altro che la concorde società degli uomini.

Possiamo così vedere che l’elemento che accomuna la dottrina politica di Cristo con quella di Agostino e di Socrate è la legge divina che è posta dentro ogni uomo, per cui ogni uomo è chiamato a disporsi ad ascoltarla se vuole implementare uno stato all’insegna della trasparenza e del bene comune, dove tutti i cittadini godano del vero diritto e della vera giustizia. Anche nella città terrena diviene possibile per l’uomo assaporare, per Agostino, la pace e la giustizia solo nella fede, nella fiducia che Dio ricompenserà le buone opere nella città celeste. Sotto questo profilo la pace la si possiede finchè si è pellegrini nella fede e in questa fede si vive nella giustizia, riferendo al conseguimento di quella pace tutto ciò che di buono si compie verso Dio e verso il prossimo, poiché la vita della città è indubbiamente una vita sociale.

Tornando agli ammonimenti di Cristo ai discepoli si evince che, per far fruttificare il regno di Dio sulla terra, è opportuno che le città intraprendano una politica improntata all’accoglienza e all’ospitalità verso tutti, senza distinzione di razza, di sesso e di età. Gli emarginati, che al tempo di Gesù erano – per la mentalità religiosa giudaica – le donne, i pubblicani e i malati, vengono accolti da Gesù nel suo regno perchè antepongano la fede in Cristo al di sopra della stessa casistica giudaica. Quindi le città, secondo l’insegnamento politico di Gesù, sono chiamate a dare ospitalità ai bisognosi e soprattutto a coloro che si impegnano a propagare il regno di Dio all’interno di queste. Inoltre Gesù rimprovera Gerusalemme per non avere voluto accogliere  l’amore di Dio; per questo motivo essa resterà deserta e il figlio dell’uomo se ne andrà via (Lc 13,34-35).    

 

  5. Gesù e il popolo

Gesù si accorge che il popolo, a cui predica la buona novella, non accoglie la sua Parola, anzi, per metterlo alla prova, vuole vedere un segno, ovvero un miracolo che attesti la sua indiscussa autorità su tutte le cose:

Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorchè il segno di Giona (Lc 11,29).

Al posto del miracolo Gesù dava loro il “segno di Giona”, indicando loro che, come Giona fu segno per quelli di Ninive, così ora Cristo è segno per questa generazione perversa: “Poichè come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione” (Lc 11,30). Diversamente da quelli di Ninive, che si convertirono alla predicazione di Giona (Giona 3), questa generazione non si converte alla predicazione di Cristo, ma resta fissa nei suoi propositi meschini che la portano alla condanna finale e non alla salvezza (Lc 11,32).

 Anche precedentemente Gesù fu messo alla prova da un dottore della legge, il quale gli chiese cosa doveva fare per meritare la vita eterna (Lc 10,25). Gesù facendo riferimento alla legge lo invitò a leggere il grande comandamento dell’amore ( Lc 10,27-28), spiegandogli chi fosse il suo prossimo mediante la parabola del buon samaritano (Lc 10,29-35). Con tale parabola Gesù invita il dottore a comportarsi come il samaritamo (Lc 10,36-37) perchè egli, avendo compassione di quell’uomo incappato nei briganti che lo hanno lasciato mezzo morto, ha ridato vita a costui risanandolo con le sue cure e i suoi medicamenti. Con questa parabola Gesù fa osservare a lui che nei rapporti interpersonali occorre assumere l’atteggiamento del buon samaritano che è divenuto davvero prossimo verso il bisognoso.

Gesù prosegue, ammonendo gli invitati a nozze, a scegliere  non i primi ma gli ultimi posti a tavola perchè non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto (Lc 14,7-9).

 Per questo motivo Gesù esorta gli invitati a scegliere gli ultimi posti, perchè colui che li ha invitati possa loro fare cenno di andare più avanti; in tal modo essi acquistano onore di fronte ai commensali (Lc 14,10), “perchè chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11). Con ciò Gesù ha voluto dire che coloro che sono invitati a nozze sono chiamati a dar prova del loro amore verso gli altri scegliendo gli ultimi posti per essere esempio agli altri della loro umiltà, come Cristo stesso che umiliò se stesso facendosi uomo (Fil 2,6-11).

La loro umiltà diviene motivo di gloria, perchè colui che li ha invitati dà loro la possibilità di precedere gli altri, ottenendo i primi posti alla stessa stregua di Cristo che, umiliandosi con la morte di croce, fu innalzato alla destra del Padre (Mc 16,19). Anche per quanto riguarda la scelta degli invitati, Gesù dà dei preziosi suggerimenti in merito, segnalando loro di scegliere persone che non abbiano a contraccambiare l’invito, come i poveri e gli indigenti, perchè il Padre li ricompenserà alla fine dei tempi (Lc 14,12-14).

Pure nella scelta degli invitati, Gesù antepone la categoria dei poveri ai ricchi perchè i poveri, non potendo ricambiare, hanno fiducia in loro in quanto essi, grazie a loro, divengono immagine vivente del Padre celeste che dà a tutti in abbondanza senza chiedere nulla in cambio, mentre invece i ricchi, gloriandosi delle cose materiali, contraccambiano pranzi e cene a chi li invita a banchettare con loro.

Gesù predilige, nella scelta degli invitati, coloro che invitano i poveri perchè, come i poveri, possano gloriarsi dei beni spirituali in quanto la loro ricompensa sarà grande nei cieli. Gesù anche con la parabola di un uomo che aveva preparato una grande cena e nessuno venne al suo invito (Lc 14,16-21), fuorchè i poveri e gli indigenti (Lc 14,21-24), mostra, alla gente che era con lui, che quest’uomo, invitando questa seconda categoria di persone e cioè i poveri, aveva fatto precedere l’amore verso questi alla mercede che egli poteva ottenere in contraccambio dai primi, se avessero corrisposto ai suoi inviti.

Nel comportamento di quest’uomo si riflette l’amore del Padre celeste verso i più deboli perchè essi hanno bisogno di pranzare, di vestirsi e di essere guariti nelle loro indigenze; amore che il Padre ha reso concreto nel Figlio, inviato nel mondo per guarire i malati, non i sani (Mc 2,17).

Nei rapporti col popolo Cristo predilige coloro che vivono secondo l’amore del Padre, mediante atteggiamenti improntati all’amore gratuito che non chiede nulla in cambio, perchè il Padre li ricompensa alla fine dei tempi, dando loro la gloria eterna alla risurrezione dei giusti.

Allo stesso modo Gesù, quando viene invitato a pranzo da un fariseo, taccia di stoltezza il comportamento ipocrita di costui, volto unicamente a purificare il corpo, mentre la sua anima è piena di iniquità (Lc 11,37-40). Gesù lo esorta a purificare il suo cuore e tutto il corpo ne sarà conseguentemente mondo (Lc 11,41), perchè le opere che fa devono dare testimonianza della sua volontà volta a rendere concreta la giustizia e l’amore di Dio, altrimenti tali opere sono vuote e fini a se stesse (Lc 11,42-44). Gesù biasima il suo atteggiamento volto a pulire il corpo, allorquando la sua anima è tesa a trasgredire l’amore verso Dio e verso gli altri. La cosa essenziale per Gesù è ripulire l’anima dalle sue vischiosità e sedimenti deleteri per renderla pura, perchè essa è la lucerna del corpo (Lc 11,34), per cui se l’anima è malata tutto il corpo ne è malato, ma se nell’anima splende la luce di Dio, tutto il corpo sarà irradiato dal suo splendore, conservandone l’integrità (Lc 11,36).             Similmente ai farisei i dottori della legge hanno le loro stesse predisposizioni (Lc 11,45-53). Per questo motivo Gesù esorta alla conversione, facendo riferimento alla pubblica uccisione di quei galilei da parte di Pilato (Lc 13,1-5).  

Gesù mostra sia alle folle che si accalcano attorno a lui, sia ai farisei e ai dottori della legge che essi non accolgono la sua predica perchè non cambiano vita, ma restano irretiti nelle loro convinzioni. Ciò che Gesù vuole loro dire è che l’apertura del loro cuore alla Parola di Dio avrebbe senz’altro favorito la propagazione del regno di Dio, instaurando una prassi di vita condotta all’insegna della solidarietà, della trasparenza e dell’ascolto; atteggiamenti che rendono l’umanità segno tangibile e immagine vivente del regno di Dio sulla terra.