
di Cinzia Randazzo
2. Simposio 3,9
Prima di esaminare il discorso IX del Simposio, occorre presentare brevemente la struttura e il contenuto dell’opera che ha come titolo l’omonimo dialogo platonico. Innanzitutto il Simposio in greco ha il significato di bevuta collegiale, in cui le conversazioni intellettuali erano accompagnate da gagliarde bevute. Il Simposio metodiano nel suo complesso è composto da due prologhi, da tre atti e da un epilogo. È dal terzo atto che verrà in seguito sviluppato il millenarismo.
Dalla composizione dell’opera è facile intuire una stretta somiglianza col dialogo platonico anch’esso composto da due prologhi; da una parte centrale contenente gli encomii e da un epilogo. Quindi nel complesso l’opera metodiana ricalca la struttura di quello platonico.
Dal punto di vista contenutistico invece il Simposio metodiano differisce da quello platonico perchè il tema centrale non è il “dramma della conquista della verità”, ma l’elogio della Verità che non è più oggetto di ricerca, bensì entità certa perchè rivelata concretamente in Gesù Cristo. La aporia socratico-platonica cede il passo all’euporia metodiana, ad una fiducia in forma pacata e rasserenante nella Verità. Non si tratta più di una forma dialettica propria dei filosofi greci, attraverso la quale con una serie di domande e risposte tendono per via del dubbio metodico alla conquista della verità, bensì di una spiegazione attraverso una forma apologetico-catechetica della Verità rivelata. Ad una esasperata tensione dello spirito umano verso l’eros platonico, qui si contrappone la “figura simbolica della perfetta castità”. Infatti il sottotitolo del Simposio metodiano περί ἀγνείας indica che l’oggetto dell’elogio è la verginità, ossia l’unione dell’anima anelante all’amplesso con lo sposo celeste, celebrata da dieci vergini riunite per un pio banchetto nei giardini dell’ἀρετή (virtù).
Lazzati afferma che il Simposio metodiano per la forma apologetico-elogiativa si discosta dal Simposio platonico che, per la forma dialettica e discorsiva non mira, come nel precedente, ad una viva comunicazione della Verità già realmente e fiduciosamente posseduta. Sotto la veste platonica il Simposio metodiano respira l’aria di tendenze interiori-spirituali e si allontana in modo netto dalla dialettica platonica. Sembra che per l’esposizione dei vari encomii l’opera metodiana abbia sentito l’influenza dell’ufficio divino fiorente nella chiesa primitiva, che consisteva particolarmente nella lettura e spiegazione della sacra Scrittura e del canto dei Salmi. Eco di questa primitiva influenza lo si trova specialmente nel tono catechetico che caratterizza vivamente l’opera di Metodio e nei gesti delle singole vergini che producono vitali ma pacati movimenti rispetto alla irruente frenesia e al δρᾶμα, connotanti il Simposio platonico. Il dolce canto delle vergini, acceso di un luminoso misticismo emanato dalle loro movenze e dal loro desideri di essere unite per sempre allo Sposo, ci rende consapevoli che nel Simposio metodiano siamo ben lontani dalla appassionata ricerca della verità anonima del Simposio platonico, e certamente possiamo concludere che, per la struttura interna, l’opera metodiana è tuttavia opposta a quella platonica e si avvicina in qualche modo alle opere scolastiche di Aristotele e di Epicuro.
Come avevamo appena accennato è nel terzo atto che la protagonista principale Tisiana espone la sua singolare e spirituale concezione millenaristica nell’ambito della dottrina escatologica. La vergine Tisiana inizia il nono discorso commentando il passo di Lv 23,39-43, in cui dà un’interpretazione allegorica dell’uscita dall’Egitto, intendendola come l’uscita dell’uomo da questa vita. L’erezione dei tabernacoli ha il significato tipologico della risurrezione del corpo e il settimo giorno viene interpretato come il millennio del riposo sabbatico.
L’erezione della tenda ha il significato escatologico dell’incontro definitivo dell’anima con il Cristo dopo che ciascuno abbia abbellito la propria tenda con l’ἀγνεία (castità), che nel significato originario del termine accentua in modo preminente la verginità spirituale che viene celebrata in maniera festosa nel settimo millennio; millennio in cui non esiste la consumazione né la generazione, ma l’unione dell’anima con Cristo e Dio si riposerà dopo i sei giorni di incessante attività creatrice:
Poichè infatti Dio in sei giorni fece il cielo e la terra e terminò tutto il mondo e nel settimo giorno si riposò dalle fatiche fatte e benedisse il giorno e lo santificò (Gen 2,2-3), perciò simbolicamente nel settimo mese, quando i frutti della terra sono maturi, ci si comanda di festeggiare il Signore; cioè, quando questo mondo avrà compiuto il settimo millennio, quando egli, avendo veramente terminato la sua opera creatrice, si rallegrerà tra noi. Ora infatti tutte le cose sono prodotte dalla Onnipotente volontà e dalla inconcepibile potenza di Lui; e la terra produce ancora i frutti, e le acque scorrono ancora verso i luoghi di confluenza. Ma quando i tempi saranno compiuti e Dio smetterà dall’operare questa creazione, nel settimo mese, nel gran giorno della Risurrezione, allora sarà apprestata per il Signore la gran festa dei nostri tabernacoli.
Tisiana cita il testo di Gen 2,2-3 per attestare la creazione continua e dinamica durante i sei giorni della creazione che, allegoricamente, rappresentano i sei millenni della storia del mondo e il settimo giorno rappresenta il settimo millennio in cui viene esclusa la generazione e la fecondità della terra. Perciò distingue il tempo del divenire della storia del mondo dal settimo millennio, tempo di riposo.
Musurillo interpreta i primi cinque giorni della creazione col periodo del tempio; periodo in cui predominava l’ombra delle realtà future; il sesto giorno col periodo della chiesa che è immagine del regno escatologico; il settimo giorno col periodo del riposo millenario, ove si celebra la festa dei tabernacoli con Cristo dopo la risurrezione dei corpi e l’ottavo giorno, che rappresenta l’eternità del cielo. Il settimo e l’ottavo giorno simbolizzano la realtà vera, immutabile e eterna.
Pertanto Metodio si ricollega alla teologia alessandrina per la sottolineatura del carattere spirituale dei beni del millennio, in qualche modo lontana dal millenarismo asiatico proteso maggiormente alla riconciliazione escatologica con la natura fisica.
Metodio rivolge una critica ai Giudei che comprendono le Scritture in senso letterale e non secondo il senso tipologico, i quali, rivolgendo al passato le “ombre” e le “figure”, hanno finito per eliminare totalmente la speranza dei beni futuri. Mediante questa esegesi tipologica Metodio afferma che le ombre preannunciano la Verità e chi vive in completa ἀγνεία parteciperà alla festa dei Tabernacoli:
Tenete presente questa Scrittura e i precetti, come per il completamento delle predette virtù il Logos chieda la castità insegnando quanto essa sia onorata e ardentemente invocata nella risurrezione e come senza essa nessuno parteciperà delle promesse, che noi, vivendo da vergini, coltiviamo nella maniera migliore e offriamo al Signore.
Come coloro che, usciti dall’Egitto, s’incamminarono e giunsero alle tende e poi, partiti da lì giunsero alla terra promessa, così anche i giusti, giunti al settimo mese, nel giorno della risurrezione, ossia la festa dell’erezione delle tende che è anche giorno del giudizio, partecipano alla celebrazione del millennio di riposo. In seguito come gli ebrei giunsero alla terra promessa, così dopo la risurrezione dei corpi e il riposo millenario, i giusti nell’ottavo giorno, quello dell’eternità, saranno trasformati in forma angelica. Il settimo millennio viene distinto dalla pienezza dell’eternità. Tuttavia il chiliasmo di Metodio resta profondamente originale per la sua forma tipicamente asiatica del cristianesimo alessandrino.
Conclusione
Le due opere principali, il De resurrectione e il Simposio, analizzate nelle loro rispettive parti, riguardanti l’una la concezione escatologica del corpo e l’altra il pensiero millenaristico, mostrano che Metodio ha, per quanto riguarda la prima opera, attinto ampie considerazioni dalla dottrina origeniana per poi controbatterla e ripristinare in tal modo la dottrina tradizionale apostolicamente fondata; per quanto riguarda la seconda opera, Metodio riprende dalla dottrina origeniana una spiritualizzazione che investe anche il millenarismo, per certi versi estranea alla corrente asiatica, della quale tra l’altro Metodio fu reputato uno dei massimi esponenti.
Sebbene il millenarismo di Metodio rifletta idee della corrente alessandrina, tuttavia non si può negargli l’origine asiatica. I tre simboli principali, ombra, immagine e realtà che significano rispettivamente il periodo della legge antica, della Chiesa nella storia e della quiete eterna, vengono scanditi secondo l’esegesi numerica, sottolineando la temporalità della storia.
Infatti secondo Metodio tutto l’arco degli avvenimenti storici può essere ricapitolato nel numero otto. Il periodo dell’ombra dura cinque giorni, il tempo della Chiesa e del Nuovo Testamento è il sesto giorno, il settimo giorno è il tempo della venuta di Cristo, a cominciare dalla risurrezione dei morti, e l’ottavo giorno è il giorno in cui il casto dimorerà nel tabernacolo eterno.
In questo modo Metodio unisce la tecnica allegorica del simbolismo con la teoria ireneana della temporalità del mondo, sviluppando pertanto la concezione millenaristica con risvolti origeniani.
La figura di Metodio resterà originale ed emblematica per essere riuscito a conciliare, nella sua concezione millenaristica, due correnti di pensiero, la origeniana e la ireneana tra loro contrapposte.
L’autore sembra anche mostrare una padronanza stilistica eccellente nell’uso di un lessico appropriato e nella ricerca di stilemi specifici, relativi a ciò che voleva esprimere, i quali comprovano in modo deciso e abbondante l’originaria e distinta personalità di Metodio.



