Prima delle Prime “DON PASQUALE”‏

È un’opera scintillante, di eleganza raffinata, scritta per Parigi dove Donizetti è un compositore affermato. È destinata al Théâtre des Italiens, la casa dell’opera di tradizione italiana, e a una compagnia di mitici cantanti. È un’opera buffa, genere a cui Donizetti si è dedicato fin dagli anni giovanili, modificato nel tempo, e proprio con Don Pasquale, del 1843, portato a un punto di non ritorno. L’archetipo comico del vecchio amoroso e della vedovella scaltra gli viene dalla memoria, dal Ser Marcantonio di Anelli, musica di Pavesi, del 1810, semplificato e personalizzato. C’è la Roma che il giovane Donizetti ha frequentato, nella casa borghese di Don Pasquale: un settantenne che si è messo in testa di sposarsi e attende impaziente l’amico che gli deve trovar la sposa; il tempo nella stanza sembra non passare, mentre arriva da fuori il refolo del vento. Protagonista è un buffo, tipologia di cantante caratterista di cui Donizetti ha appreso a Napoli la tecnica di recitazione ammiccante, dizione scandita, eleganza, canto sillabato vorticoso; il compositore si immedesima nel buffo Don Pasquale e lo trasforma in personaggio, un po’ autobiografico nella malinconia; proietta caratteri comici anche sul baritono, che per finzione condivide le reazioni di Don Pasquale ma è anche artefice del suo matrimonio per burla a favore della brillante vedovella e di Ernesto, il nipote a cui lo zio non vuol concederla. È magnetica la scena del Dottore che insegna alla ragazza a presentarsi da semplicetta e la prontezza di lei, decisa a tutto. Successo immancabile, con l’imprevisto di Ernesto, non avvertito, che viene a congedarsi dopo una stupenda aria con tromba e diventa testimone sbalordito, e poi divertito alla fulminea metamorfosi della sposina sottomessa in capricciosa provocatrice. Irrefrenabili le conseguenze, fra andirivieni di fornitori dispendiosi e commentare spumeggiante, a valzer, del Coro di servi; si fronteggiano la “civettella” che corre a teatro e il “marito”, e lei gli dà uno schiaffo. La commedia precipita in verità. Il vecchio, offeso, piomba nella desolazione, le parole gli escono frantumate (È finita, Don Pasquale) e orchestra, pubblico sono dalla sua parte, perfino Norina che, sulla stessa melodia del Larghetto, commenta “È duretta la lezione”. Elegiaca, ma infida, lascia cadere un biglietto di convegno amoroso. Ma quando la Serenata avvolge il giardino, su un sussurrare di chitarre e tamburelli come nelle trattorie romane, e il duetto avvince i due giovani innamorati, siamo tutti con loro, per la loro giusta felicità da cui il vecchio è escluso. Pur di liberarsi dalla moglie, più rassegnato e saggio, li perdona. (F.C.)  

Ne parlerà Claudio Toscani, docente di Storia del melodramma e filologia musicale all’Università degli Studi di Milano, nell’incontro “La convivenza di comico e patetico”, con ascolti e proiezioni.

Ingresso libero fino a esaurimento dei posti