Ivano Fossati

Ivano Fossati

SU “DECADANCING”

Decadancing è la combinazione di due parole molto diverse tra loro, se si pensa alla gravità della parola decadenza e poi alla leggerezza di “ballando”, possiamo anche fare un sorriso. Sarà anche un sorriso amaro, ma siamo in grado di usare l’ironia per raccontare la nostra decadenza, che comunque condividiamo con molti altri. Non stiamo vivendo un declino solo italiano e forse è il momento di reagire, sarebbe auspicabile.

 

Ho tenuto per molti mesi sul mio pianoforte la foto che appare sulla copertina del disco, l’ho guardata e riguardata ancor prima di cominciare a scrivere le canzoni di Decadancing. E’ una strada che punta dritta a un mare greco, inesorabile e serena come una via di fuga.

 

Viaggio molto. Anzi, negli ultimi dieci anni viaggiare è diventato ancora più importante, mi aiuta a capire sempre meglio. Decadancing non è autobiografico e non è un reportage. Ma quello che ho visto e continuo a vedere intorno a me, una volta fuori dall’Italia, mi fa riflettere. Si può rimanere indietro perché si resta attoniti davanti alla crisi che non si ferma, davanti alla politica così distante da noi.

Abbiamo bisogno di una nuova emigrazione? Sembra un paradosso, visto che accogliamo con alterne fortune chi vuole venire a vivere qui, ma andare via, darsi una seconda possibilità, per alcuni può diventare fondamentale.

Non so che effetto faranno le mie idee fra qualche anno. Ma nel momento in cui scrivo vedo tanti italiani e italiane in giro per l’Europa, e li vedo lavorare, crescere, e integrarsi. Non è vero che doversene andare dal nostro Paese ti mette in una condizione psicologica di malessere. Non è più vero. Da un capo all’altro del continente ci sono tanti di noi, molto più giovani di me, che fanno bella figura. Soprattutto con se stessi. Esattamente come in Francia, a Nizza, dove passo molto del mio tempo, avverto una capacità maggiore della nostra, in Italia, a convivere: europei, africani, asiatici. Eppure sto parlando di poche centinaia di chilometri dalla Liguria, che ai traffici e alle migrazioni è abituata da secoli. Quando ho cominciato a pensare a questo album, in realtà ho continuato a elencare mentalmente quello che mi stava davanti agli occhi tutti i giorni. Potrei dire che l’ho visto con maggiore evidenza in giro per l’Europa, ma non è del tutto vero. Anche dal proprio punto di osservazione abituale,  cioè da casa propria, si possono cogliere gli aspetti determinanti di quello che probabilmente sarà il futuro. Ma nessuno passa il tempo a indovinare il futuro. La gente lavora, manda i figli a scuola, si perde nel traffico, si cura, va in vacanza, si incontra, si ama. Non c’è libro né canzone che possa contenere tutto questo. E non c’è abbastanza tempo. Così succede che i momenti migliori della nostra vita, quando siamo pieni di slancio e coraggio, sono proprio quelli che nessuno ricorderà mai, a parte noi.

In Laura e l’avvenire c’è una coppia: hanno perso il lavoro, lui l’abbraccia e le dice che ora quel posto non  fa più per loro, che  bisogna andarsene e cambiare di nuovo. Ma tutti e due lì per lì non hanno paura. Se diventeranno due eterni precari o passeranno la linea di qualche frontiera nella canzone non lo dico perché non lo posso immaginare neanch’io. Ve la figurate la disperazione che, piano piano, fa posto alla speranza? Vi sembra di vedere cose simili in giro? Il disco è abitato da personaggi che se ne vanno, che cambiano, ma soprattutto sono disposti ad accettare la possibilità di uno strappo. Perchè nessuno ti aiuta a risolvere diversamente la tua vita, così il futuro te lo devi costruire. Ci sono posti in cui si può ancora scegliere riguardo al proprio futuro.  A volte ho l’impressione che i vecchi si trovino solo qui, in Italia, e che i giovani siano tutti da un’altra parte. Naturalmente non è così. E anche chi non emigrerà mai non deve sentirsi meno di chi lo farà. Ma pensare a una seconda chance è importante, non è qualcosa che si possa rimandare, sottovalutare o snobbare. Né si deve averne paura.

La coppia protagonista di Un Natale borghese invece non pensa a partire, loro sono sicuri di quello che hanno conquistato, il mondo è fuori dalla finestra dove nevica ma non li riguarda. Hanno un’altra età, si tratta di un’altra generazione piena di troppe certezze. Sono stati fortunati ma si illudono di esserlo molto di più e di poter vivere senza che il mondo li tocchi, neppure al telefono.

Ma torniamo a chi si muove. Certo, potendo scegliere a parità di condizioni uno preferisce rimanere a casa propria. E chi ha una famiglia, figli, un mutuo da pagare, difficilmente sarà disposto a mollare tutto in nome di una nuova avventura. Se avessi un figlio di 18 anni – ne ho uno molto più grande – gli consiglierei di guardarsi intorno: si accorgerebbe che l’Europa, come minimo, è l’estensione di casa sua. Gli direi che le somiglianze, con le persone come con la natura, sono tutto e che non esistono tradimenti verso il proprio Paese quando si vive lontano onestamente.  Lì è  solo dove la tua vita ti ha portato a essere. In questo nostro clima da tardo impero se la lingua che parliamo è in decadenza, se politica e morale sono già decadute, il lavoro manca e la cultura – la musica in particolare – ricopia se stessa fino allo sfinimento, i ragazzi guardano oltre le frontiere con speranza, e io non farei niente per trattenerli, questo è lo spirito de La Decadenza.

In La terra del vento racconto di un altro uomo che se n’è andato via, in un’isola greca. Se volete mi trovate qui, la gente mi ama, tutto quello che conta è che sono qui che ti aspetto: ecco cosa manda a dire all’unica persona rimasta dall’altra parte della sua vita. Ecco, questo è un piccolo elenco di persone che stanno fuori. Ce ne sono tante.

Forse, non a caso, Tutto questo futuro conclude il disco con un’immagine di apertura che risolleva lo sguardo di tutti i protagonisti dell’album. Nonostante tutto, però, questo non è un album autobiografico. Non parlo di me ma di quello che mi sembra di aver capito in tutto questo tempo insieme agli altri.

 

Cosa ne pensa della decadenza morale dei nostri giorni?

Credo che viviamo in un’epoca di un’accelerazione tale da non poterla più sopportare. Se perdiamo la testa, se siamo testimoni di questa decadenza è perché stiamo andando a una velocità che la nostra mente e persino il nostro fisico non possono più sostenere. Accade di tutto e sembra che sia lecito, ma non è così. La strumentalizzazione del corpo femminile e la sua mercificazione sono dati terribili della nostra epoca , ma esiste anche una mercificazione degli uomini, degli individui in generale, che non è più tollerabile. Credo che l’accelerazione dei tempi abbia fatto perdere il segno di che cosa sia buono per gli esseri umani e di che cosa non lo sia più. Si riuscirà di nuovo ad andare ad una velocità più accettabile, umanamente comprensibile, per poter vedere più nitidamente? Me lo auguro.

 

Da “La costruzione di un amore” a “Tutto questo futuro” che chiude il suo nuovo album, da un amore infelice a un amore compiuto e felice.

C’è un bel salto e non solo temporale. Ma il tempo serve sempre a qualcosa. Quando si cresce e si naviga in mezzo alla vita molte cose non si capiscono, si urta, si rimbalza. É anche naturale che ciò avvenga. Per fortuna arriva un lungo momento in cui si comincia a orientarsi meglio. I sentimenti sono una carta geografica complicatissima, lo sappiamo tutti, e sapersi orientare bene è  un’impresa per pochi. Però è una materia che si può imparare.

 

SUL LIBRO “TUTTO QUESTO FUTURO – Storie di musica, parole e immagini” (Rizzoli)

Sono nato in una famiglia operaia, in parte disgregata. Mio padre se ne andò la prima volta quando avevo un anno. Da ragazzo ho avuto anche molte compagnie instabili e rischiose dalle quali mi ha allontanato la passione per la musica che non ammetteva distrazioni buone o cattive. Non mi andava di studiare, così ho smesso presto e più avanti ho letto quasi tutti i libri che i miei occhi e la mia memoria potevano contenere.

Questa non è un’autobiografia, ma il racconto forse anche incompleto di oltre quarant’anni di musica. Ci sono alcuni dei dischi che mi hanno fatto crescere e ci sono gli strumenti con cui ho costruito le mie canzoni. Ci sono i miei amici.

È anche il racconto di come il mio futuro, del quale non mi curavo, sia diventato giorno dopo giorno, viaggio dopo viaggio, incontro dopo incontro, il mio presente e poi sia scivolato in buona parte alle mie spalle. Ma con leggerezza, e si sia lasciato trasformare nella canzone piccola e piena di speranza che dà il titolo a questo libro”.

 

SULLA MUSICA

Musicista, compositore, poeta, produttore: in quale veste si sente più a suo agio?

Sono principalmente un musicista. Naturalmente ho scritto anche delle parole, ma mi hanno sempre chiesto molto più conto della parole che non della musica. Questo mi ha lasciato spesso un po’ interdetto. Avrei voluto che la gente avesse avuto più attenzione per la musica, non soltanto la mia, anche quella degli altri. Invece qui in Italia si parla tanto di parole, di concetti, di sottotesti, di che cosa si sia voluto dire. Come se le canzoni fossero sempre teatro o letteratura, invece non è così.

La musica, tecnicamente intesa, dice altrettanto delle parole. Quando ascoltiamo la musica classica non ci domandiamo se siano anche necessarie le parole per esplicarla e troviamo comunque il significato di quello che ascoltiamo. Per quel che riguarda la musica pop non riusciamo a farlo. La musica non è più al centro della nostra società e quella delle suonerie dei cellulari è una grave distrazione.

Come dicevo già all’inizio della mia carriera, sarei contento e appagato se le mie canzoni fossero molto più conosciute di me.

 

Che mondo musicale lascia?

 

Il calo delle vendite dei  dischi ha gettato tutti nella confusione e nell’incertezza. Le cose stanno  rapidamente cambiando e non conosco un solo “addetto ai lavori” che al  momento possa dire di averci capito qualcosa.

 

Una carriera  costellata di successi la sua: che bilancio traccia oggi?

 

Sono un musicista e un autore di canzoni  e di musica, faccio il mio lavoro con passione e sinceramente non sono  ancora in grado di fare bilanci.

Forse li farò fra un pò di tempo, ammesso  che sia necessario.

 

Lei è considerato uno degli autori più profondi  e colti della scena musicale italiana. Amato non solo dal “suo” pubblico  ma, spesso e volentieri, anche dalla critica. Questa “etichetta”, di  autore colto, le è pesata durante la sua carriera o l’ha vissuta con  nonchalance e naturalezza?

 

Non sono colto ma solo estremamente  curioso e poi in Italia colto è quasi sempre percepito come sinonimo di  noioso. Viaggio moltissimo, ascolto gli altri e leggo tutti i libri che  posso. Non so se questo fa di me un uomo colto. Certo, a me che amo il  blues, il rock e la black music l’etichetta di cantautore colto ha fatto  venire spesso l’orticaria e specialmente l’essere frettolosamente associato  alla cosiddetta canzone d’autore che francamente non è il mio  genere preferito. Ma non ne ho mai fatto un problema.

 

Che futuro  vede per la musica italiana?

 

Spero che si sprovincializzi e che i  giovani musicisti capiscano in fretta che il futuro, anche in termini  musicali, è in giro per l’Europa e che affermarsi all’estero è più facile e  possibile di quanto si crede, a patto di avere talento sul serio e energia  da vendere.

 

 

SUL TOUR

Chi verrà a sentirmi in tour non deve aspettarsi nessun’atmosfera d’addio, voglio divertirmi fino alla fine e che ogni concerto sia una festa.

Sul palco fino agli 80 anni ci vedo bene solo i jazzisti e i bluesman, e io non appartengo a nessuna delle due categorie.

 

SUL RITIRO DALLE SCENE

Con  Decadancing intendo lasciare quel che comunemente si chiama attività discografica, non farò altri dischi e questo sarà il mio ultimo tour. É una decisione serena, di quelle che si prendono in tanto tempo e sono molto determinato. Un motivo più piccolo è perché in realtà (l’ho sempre saputo, anche tanti anni fa, che  quando fossi arrivato alla mia età – ho appena compiuto 60 anni) forse avrei voluto fare dell’altro, in ogni caso cambiare, non sapevo bene perché e non aveva la forma della decisione, ma ogni volta che ci riflettevo non sentivo nessuna angoscia.

Invece un motivo più concreto, se così posso dire, è che mi sono domandato se al prossimo album, tra 3 o 4 anni avrei avuto la stessa forza, la stessa lucidità, la stessa passione che ho potuto garantire fino a qui e ogni volta che mi sono fatto questa domanda mi sono risposto “non lo so”. Ho pensato che la mia vita musicale, la mia vita artistica avrebbe potuto diventare semplicemente un rappresentare me stesso all’infinito, cioè fare dei concerti, continuare a fare dei dischi. Certo, potrei scrivere forse qualche buona canzone  anche in futuro, ma non so se sarei ancora in grado di metterci tutta questa passione e sinceramente non so se sarei in grado di aggiungere qualcosa a quello che si può trovare,  nel bene e nel male, in tutti i dischi che ho fatto. C’è tempo davanti, si possono fare altre cose.

Quello da cui io mi sto staccando è il mestiere della discografia,  nessun artista può staccarsi dall’amore per la musica. Continuerò a studiare, continuerò a suonare, continuerò ad ascoltare la musica degli altri. Continuerò a fare tutto questo, perché ero monomaniaco da ragazzo e lo sono ancora, non c’è niente che mi attiri più di un negozio di strumenti musicali anche adesso. Quella parte resta intoccata. Tutto sommato questo lavoro l’ho fatto per 40 anni avendo scritto moltissimo, con una grande libertà artistica. Di cosa mi lamento?  Di niente. Non abbandono le scene per stanchezza, ma per curiosità, perché c’è abbastanza tempo per sperimentare in altre direzioni, lo credo fermamente.