Elementi fondanti il culto sinagogale

Numerosi sono i testi veterotestamentari dove compare il termine συναγωγή, ma a noi interessa cogliere gli elementi più significativi, per mezzo dei quali il popolo d’Israele professa la propria fede in Jahvè.  I fedeli ebrei si riunivano nella sinagoga solo di sabato e  nei giorni festivi per le loro funzioni religiose. Queste funzioni erano costituite da una  professione di fede ebraica o Šema (ascolta), la quale era recitata da tutta la comunità. Tale professione era costituita da tre testi biblici (Dt 6,4-9; 11,13-21; Nm 15,37-41). La comunità, recitando Dt 6,4-9, ricorda e al tempo stesso fa sue le parole di Mosè, il cui argomento principale è l’amore verso Dio:

Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Da questo comandamento del Signore, arrivato al popolo tramite il mediatore Mosè, possiamo scorgere la stretta connessione che sussiste tra il dire, l’esprimere concretamente e il trasmettere questo comandamento dell’amore di generazione in generazione. Il comandamento dell’amore quindi non viene solo recitato, ma viene interiorizzato nel cuore di ogni credente e ricordato tramite il segno dei filatteri per ripeterlo ai figli. Questa circolarità tra il dire, il ricordare e il trasmettere il comandamento dell’amore sta alla base della liturgia sinagogale, in quanto la recita senza la trasmissione sarebbe cieca, e viceversa la trasmissione senza la recita sarebbe vuota.

Tramite il testo di Dt 11,13-21 il popolo di Israele viene avvertito che se obbedisce ai comandamenti del Signore, amandolo e servendolo con tutto il cuore e con tutta l’anima, egli stesso gli darebbe una grande ricompensa, in quanto gli favorirebbe il raccolto nei campi e provvederebbe per l’erba del suo bestiame, oltre a colmarne la fame. Inoltre il popolo viene ammonito a non lasciarsi sedurre nel cuore dal politeismo, perché se si mettesse ad adorare gli dei stranieri, Dio non manderebbe più la pioggia dal cielo, con la conseguenza che il suolo non darebbe più alcun frutto:

Ora, se obbedirete diligentemente ai comandi che oggi vi do, amando il Signore, vostro Dio, e servendolo con tutto il cuore e con tutta l’anima, io darò alla vostra terra la pioggia al suo tempo: la pioggia d’autunno e la pioggia di primavera, perché tu possa raccogliere il tuo frumento, il tuo vino e il tuo olio. Darò anche erba al tuo campo per il tuo bestiame. Tu mangerai e ti sazierai. State in guardia perché il vostro cuore non si lasci sedurre e voi vi allontaniate, servendo dei stranieri e prostrandovi davanti a loro. Allora si accenderebbe contro di voi l’ira del Signore ed egli chiuderebbe il cielo, non vi sarebbe più pioggia, il suolo non darebbe più i suoi prodotti e voi perireste ben presto, scomparendo dalla buona terra che il Signore sta per darvi.

Come si vede nella liturgia sinagogale è vivo il desiderio di osservare i comandamenti del Signore e di servirlo, predisponendo il proprio cuore e la propria anima alla sua volontà, in modo che egli provveda per il suo popolo. Il popolo di Israele dunque si sottomette alla volontà del suo Dio per averne in cambio una prosperità materiale. Con la recita di Nm 15,37-41 il popolo di Israele ricorda i comandamenti di Dio, servendosi di frange ai lembi delle vesti, alla vista delle quali ciascun ebreo non distoglie il suo cuore e i suoi occhi dal servire Dio: