Museo del Ferro: Giornate della Partecipazione

Musil museo del ferro
Musil museo del ferro

Il Musil – Museo del Ferro di San Bartolomeo (in via del Manestro 117 a Brescia), in collaborazione con i Consigli di Quartiere, partecipa alle Giornate della Partecipazione, in programma venerdì 20 e sabato 21 ottobre 2017 dalle ore 15:00 alle 18:30.
Il Museo organizza visite guidate e intrattenimento per i bambini con truccabimbi. Durante il corso della giornata saranno inoltre proiettati film relativi al patrimonio di Fondazione Musil e Fondazione Micheletti.
Durante l’apertura saranno esposte alcune opere del pittore Giuseppe Merigo.

Teatro Strehler : “Pinocchio”

Pinocchio_LaRosa4_fotoBrunellaGiolivo
Pinocchio_LaRosa4_fotoBrunellaGiolivo

Dopo il debutto nel gennaio 2017, torna sul palcoscenico dello Strehler Pinocchio, prima regia di Antonio Latella in una produzione del Piccolo Teatro di Milano. Tutt’altro che ‘romanzo per bambini’, nel suo adattamento per la scena dell’opera di Collodi, Latella si pone davanti al burattino di legno, cercando uno sguardo depurato dalle infinite interpretazioni depositatesi per 135 anni; cercando, se esiste, quel che finora non è stato visto. Lo spettacolo sarà in tournée in Italia.

Siamo abituati a pensare che il burattino Pinocchio veda il proprio naso allungarsi ogni volta che dice una bugia; così ci hanno insegnato e questo abbiamo imparato a credere. Eppure anche questa è una menzogna raccontata dagli adulti. Il naso di Pinocchio, nella favola collodiana, si allunga varie volte, ma non sempre quando Pinocchio mente. A volte si allunga perché vive… Anche la fame è legata al naso, perché Geppetto ha pensato bene di creare al suo burattino uno stomaco. Il naso permette a Pinocchio di sentire il respiro della vita in modo diverso rispetto a noi…
Non so quale Pinocchio racconteremo; se lo sapessi sarebbe questa la prima menzogna da cui iniziare. Penso che Pinocchio appartenga a tutti, grandi e piccini, come ognuno di noi ha la sua idea di Pinocchio, in quanto egli risponde a ciò che noi stessi siamo o siamo stati, o a ciò che avremmo voluto essere. In questa appartenenza, in questa memoria condivisa risiede l’universalità del nostro personaggio, che proprio in quanto non esiste risulta più vero del vero. Come la pentola di fagioli pittati, come il fuoco dipinto nella povera casa di Geppetto, che sembra così vero che, al solo pensarlo, ci scalda l’animo. Sarà l’artificio del teatro, ancora una volta, a svelarci con il suo raffinato mentire la verità. Antonio Latella

Piccolo Teatro Strehler (Largo Greppi – M2 Lanza), dal 7 novembre al 18 novembre 2017

Festival TorinoDanza alla Lavanderia a Vapore di Collegno

To be banned frome Rome
To be banned frome Rome

Giovedì 26 ottobre 2017, alle ore 21.30, debutterà in prima assoluta alla Lavanderia a Vapore di Collegno/TO (Corso Pastrengo 51) TO BE BANNED FROM ROME: spettacolo che riflette sulla persona digitale e sulle nuove geografie delle idee. In scena Annamaria Ajmone, Premio Danza&Danza 2015 come “interprete emergente-contemporaneo”, tra le proposte più interessanti della giovane coreografia italiana, insieme a Bienoise, al secolo Alberto Ricca, uno degli artisti di musica elettronica più visionari e raffinati del momento.

Lo spettacolo è coprodotto da Torinodanza, Cab 008, Club To Club Festival in collaborazione con The Italian New Wave. Progetto realizzato nell’ambito di Residenze Coreografiche Lavanderia a Vapore/Piemonte dal Vivo selezionato da Hangar Creatività – Progetto promosso dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte, con il sostegno di Mibact e Regione Toscana. Lo spettacolo è inserito nel programma di Club To Club Festival 2017.

To be banned from Rome è una performance nata da un dialogo tra prospettive molto diverse sulla rete, una riflessione sulla persona digitale, umanista piuttosto che politica ed estetica. Lo spettacolo si concentra sull’osservazione delle community online, dedicate a nicchie di interessi, feticismi, ossessioni, nelle quali l’oggetto della discussione, per chi vi partecipa, diventa pensiero costante e unica dimensione rispetto alla quale misurarsi.

In questi luoghi non tangibili, il Reale diventa Ideale, dando vita a città popolate da individui che condividono gli stessi interessi, inclinazioni e convinzioni a discapito delle influenze più vicine, amici, famigliari. Alla compresenza fisica, con le sue sovrastrutture di significato e imperfezioni comunicative, si sostituisce una mente alveare estremamente focalizzata e spogliata del superfluo, immersa in un eterno presente sempre visualizzabile e sempre affermativo.

Il rischio che ciò si trasformi in una camera che echeggia e risuona, amplificando al parossismo ciò che pensiamo e contraddicendoci solo quando ciò fa parte del copione, è bilanciato dai vantaggi del vivere “appena fuori dalle mura di Roma”, a un passo da tutta la conoscenza, da ogni stimolo, da ogni possibilità di realizzazione.

La musica è composta sezionando gli inni memetici della rete e i nuovi generi nati e sviluppatisi sulle message board e nelle cuffie di produttori solitari da cameretta, ed è eseguita dal vivo facendo uso anche dell’acustica del luogo di rappresentazione e di diffusione asimmetrica, accentuando così il contrasto prospettico tra astratto e fisico, tra illusione invidiabile e sudata realtà.

La ricerca coreografica si concentra sull’idea di un corpo che si riflette, non davanti a uno specchio nel quale rivedere la propria immagine, ma piuttosto di fronte a un dispositivo trasparente, una bolla attraverso la quale potersi immaginare, travestirsi e presentarsi come si desidera, costantemente illuminati ma allo stesso tempo riparati.

A rinforzare l’impianto concettuale dell’opera, alcuni elementi dello spettacolo sono serializzati e decisi attraverso un crowdsourcing delle idee, una sorta di scrittura automatica diffusa, che interpella le medesime message board che l’hanno ispirata.

Danza e musica si completano necessariamente a vicenda, coinvolgendo tecnologie popolari, crude, che vanno al di là del proscenio spazialmente e temporalmente, facendo uso anche dei mezzi telematici più comuni – perché la virtualità non sia percepita come schiacciante, divina o aliena, ma come aumento della nostra società.

Festival TorinoDanza alle Fonderie Limone di Moncalieri

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Sabato 21 ottobre 2017, alle ore 20.45, debutterà in prima italiana alle Fonderie Limone di Moncalieri HUMANOPTÈRE di Clément Dazin, un nuovo incontro tra giocoleria e danza. Lo spettacolo, che sarà replicato domenica 22 ottobre alle 20.45, è programmato in collaborazione con La Francia in Scena.

Clément Dazin e il movimento hanno familiarizzato fin dall’infanzia. A partire dai sei anni, infatti, l’artista si è confrontato con ginnastica e circo, così è stato naturale a sedici anni dare sfogo alla propria creatività in un ensemble di giocolieri. Poi sono arrivati la danza hip hop, il teatro, le acrobazie, fino all’École de Cirque de Lyon e al CNAC / National Center for Arts du Cirque a Châlon. Tutti questi universi confluiscono ora nelle sue creazioni, così che la giocoleria
non rimanga un puro esercizio tecnico, ma si trasformi in un punto di partenza per orizzonti inesplorati.

Lavoro, famiglia, benessere: cosa significano queste parole per ciascuno di noi? Sacrificheremmo un po’ della nostra salute per avere successo? E qual è il movimento che ripetiamo maggiormente nell’arco della giornata? Dazin parte da un semplice quesito, apparentemente banale (“Perché il giocoliere tira la palla, se questa è destinata a cadere per terra?”), per scoprire il parallelismo tra il movimento senza fine e il mito di Sisifo. E per allargare il paradosso ad ogni professione.

Una microsocietà di sette giocolieri metterà in comune esperienza artistica e memorie personali in un crescendo ritmico di eccezionale precisione ritmica e coreografica. Il cuore pulsante dello spettacolo è il lavoro: la giocoleria si fa eco della ripetizione meccanica del movimento di un operaio alla catena di montaggio, di un contabile, una donna delle pulizie o un manager. Una versione allegorica del concetto di lavoro nella nostra società, che amplifica la parola originaria e ne mostra le nascoste distorsioni percettive.

Inizia a Genova la tournée de “Il nome della rosa”

IL NOME DELLA ROSA_DSC_6014
IL NOME DELLA ROSA_DSC_6014

Domani, 17 ottobre 2017, al Teatro della Corte di Genova inizia la tournée 2017/2018 dello spettacolo IL NOME DELLA ROSA. Comunichiamo la seguente variazione nel cast dello spettacolo:
l’attore Renato Carpentieri sarà sostituito dall’attore Bob Marchese in tutta la tournée dello spettacolo 2017/2018

La prima versione teatrale del capolavoro di Umberto Eco è l’omaggio al celebre scrittore firmato da Stefano Massini, tra gli autori teatrali più apprezzati in Italia e all’estero. Leo Muscato dirige un cast di grandi interpreti, in un crossover generazionale che non mancherà di animare un testo scritto per la scena ma all’altezza del grande romanzo.

Il nome della rosa di Umberto Eco, tradotto in 47 lingue, ha vinto il Premio Strega nel 1981, e la sua versione cinematografica è stata diretta da Jean-Jacques Annaud nel 1986, protagonista Sean Connery. La prima trasposizione teatrale di questo straordinario best seller è di Stefano Massini, scrittore e drammaturgo, autore di Lehman Trilogy.

La regia dello spettacolo è affidata a Leo Muscato, che per il Teatro Stabile di Torino ha diretto Come vi piace. Muscato, che alterna regie di prosa a quelle liriche, ha trovato nel romanzo di Eco una sfida appassionante e, nei suoi Appunti per una messa in scena, scrive: «Dietro ad un racconto avvincente e trascinante, il romanzo di Umberto Eco nasconde una storia dagli infiniti livelli di lettura; un incrocio di segni dove ognuno ne nasconde un altro.

La struttura stessa del romanzo è di forte matrice teatrale. Vi è un prologo, una scansione temporale in sette giorni, e la suddivisione di ogni singola giornate in otto capitoli, che corrispondono alle ore liturgiche del convento (Mattutino, Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta). Ogni capitolo è introdotto da un sottotitolo utile a orientare il lettore, che in questo modo sa già cosa accade prima ancora di leggerlo; quindi la sua attenzione non è focalizzata da cosa accadrà, ma dal come.

Questa modalità, a noi teatranti ricorda i cartelli di brechtiana memoria e lo straniamento che ha caratterizzato la sua drammaturgia. La scena si apre sul finire del XIV secolo. Un vecchio frate benedettino, Adso da Melk, è intento a scrivere delle memorie in cui narra alcuni terribili avvenimenti di cui è stato testimone in gioventù.

Nel nostro spettacolo, questo io narrante diventa una figura quasi kantoriana, sempre presente in scena, in stretta relazione con i fatti che lui stesso racconta, accaduti molti anni prima in un’abbazia dell’Italia settentrionale.

Sotto i suoi (e i nostri) occhi si materializza un se stesso giovane, poco più che adolescente, intento a seguire gli insegnamenti di un dotto frate francescano, che nel passato era stato anche inquisitore: Guglielmo da Baskerville. Siamo nel momento culminante della lotta tra Chiesa e Impero, che travaglia l’Europa da diversi secoli e Guglielmo da Baskerville è stato chiamato per compiere una missione, il cui fine ultimo sembra ignoto anche a lui.

Su uno sfondo storico-politico-teologico, si dipana un racconto dal ritmo serrato in cui l’azione principale sembra essere la risoluzione di un giallo […]».