Teatro Litta: “Salomè “

Salomè
Salomè

Dal 18 al 28 gennaio 2018 / MTM Teatro Litta
Teatro de Gli Incamminati e I Demoni

La lingua estrema, carnale di Giovanni Testori dà voce alle apocalittiche profezie di Iokanaan, mescolandosi e intrecciandosi con la limpida ed estetizzante poesia di Oscar Wilde, in un connubio travolgente.

La prima domanda che ci siamo fatti per mettere in scena questo grande testo è chi sia e che cosa rappresenti quello strano profeta che spaventa tutti i personaggi con i suoi misteriosi vaticini urlati dal fondo del nero pozzo in cui è tenuto rinchiuso. La risposta che abbiamo scelto di dare è che Iokanaan rappresenta l’inconscio, lo specchio di Narciso, l’immagine riflessa in cui ciascun personaggio vede riflessa la parte sconosciuta di se stesso.

Quella che fa paura, perché dice la verità sulle proprie debolezze e perversioni. Ascoltare quella voce significa, dunque, fare i conti con il proprio lato oscuro, che destabilizza, ma anche rendere liberi, come accade a Salomè, che si lascia travolgere dalla scoperta del proprio istinto e sensualità. Per questo il profeta non si vede mai in scena, è solo voce senza corpo, con l’aspetto che l’inconscio di ciascuno vuole immaginare.

All’inizio c’è la proposta di Erode, un re che vuole divertirsi e abusare della sua posizione e della sua sconfinata ricchezza: “Salomè, danza per me, in cambio avrai quello che vuoi”.
Alla fine c’è, inatteso e perturbante, il responso di Salomè: “Voglio la testa di Iokanaan”.
In mezzo c’è il tempo della danza, della vittoria dei sensi, della perdita del controllo, dell’ebbrezza dionisiaca di chi si lascia andare al godimento più puro senza badare alle conseguenze del proprio gesto.

Erode firma un assegno in bianco, il patto di Faust con Mefistofele al contrario: non vende l’anima al diavolo per la conoscenza, ma per la lussuria, per un lungo ma limitato momento di carnalità suprema. Quando si torna alla ragione dopo l’ebbrezza, ormai è troppo tardi. La testa è caduta per sempre. Il potere rinuncia a se stesso in nome del corpo. La testa è simbolo di razionalità, controllo, saggezza. La testa che rotola via dal corpo e viene servita su un piatto d’argento è il trionfo dell’irrazionalità che regola il mondo in nome del capriccio senza legge.

Salomè è il Male sotto forma di Incanto, è un’opera torbida ed estrema, che ci porta a riflettere su quello che siamo disposti a perdere per un momento di piacere: la tentazione, l’abbandono, l’attrazione del baratro. La danza sospende il tempo, lo congela in una lunghissima pausa, dopo la quale accadrà qualcosa di violento, inevitabile, tremendo. Il mondo perde qualcosa ogni volta che i potenti si concedono l’ebbrezza dell’irrazionale. La danza di Salomè è come la pallina della roulette, che gira e ipnotizza il giocatore, questa volta il re Erode, un uomo potentissimo e lussurioso, incapace di porre un freno ai suoi desideri, proprio come un ludopatico. Si gioca per giocare, non importa se si vince o se si perde.

Salomè è un dramma di ciechi che vogliono vedere, è un dramma di visioni proibite, di sguardi rubati.
Il finale è nuovamente affidato alla parola di Testori, materica, carnale, moderna, che ci riporta nel “qui e ora” del teatro, nell’ultima battuta, tratta dall’Erodiade e pronunciata da lei, la madre di Salomè, stratega nascosta, rimasta sempre nell’ombra a vigilare su tutto.

Con Salomè i Demoni portano avanti il loro percorso di esplorazione del lato oscuro dell’uomo, del mistero dei sensi e delle pulsioni irrazionali. Insieme al percorso sui testi di Dostoevskij, affiancano la produzione di testi classici riletti con sguardo contemporaneo e con una poetica personale e sempre più caratterizzata verso un teatro di parole e d’immagine, classico e innovativo insieme, che rispetta i testi nella loro integrità, ma li attraversa con un immaginario contemporaneo e un taglio cinematografico di forte impatto.