Concluso il Mantova Jazz festival 2017

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SI CONCLUDE LA 36^ EDIZIONE DEL MANTOVA JAZZ FESTIVAL

CON ESTREMA SODDISFAZIONE DEGLI ORGANIZZATORI, OTTIMA PRESENZA DI PUBBLICO E

PERFORMANCE DI GRANDE PRESTIGIO

Volendo stilare un sintetico bilancio degli eventi di questa edizione 2017 di MnJazz, si potrebbe innanzitutto osservare con estrema soddisfazione che i concerti hanno tenuto pienamente fede alla premessa programmatica, esplicitatasi nel non semplice tema generale del festival: “Relazioni”.

Festival iniziato all’insegna dei cent’anni del jazz su disco, con una serata idealmente dedicata ai musicisti italiani dell’Original Dixieland Jazz Band che, nel 1917, diedero inizio a tutto quanto. Una serata completa e appagante, nella quale la relazione tra passato (la sapida ed impeccabile rivisitazione della tradizione da parte della Milano Hot Jazz Orchestra), presente (un Danilo Rea energetico e dall’incontenibile virtuosismo) e futuro del jazz (uno struggente e poeticamente perfetto Marcello Abate) è apparsa portatrice di ottimi auspici.

Se per i contenuti del dialogo ad altissimo livello tra Ron Carter e Richard Galliano non vi potevano essere dubbi di sorta, la possibilità di mettere in relazione effettiva e feconda Brad Mehldau, luminoso simbolo della contemporaneità jazzistica, con un’eredità, quella della musica colta, incarnata da un sempre magnifico Teatro Bibiena, poteva apparire una sfida destinata a rimanere espressa solo sulla carta.

Il dialogo tra lo Steinway volutamente non amplificato di Mehldau e uno spazio teatrale così carico di implicazioni mozartiane è invece risultato felice oltre ogni aspettativa, attraversando un programma che spaziava dal Wes Montgomery di West Coast Blues ai Led Zeppelin di Going To California, dai Beatles di Fool On The Hill al Dylan di Don’t Think Twice It’s All Right, a chiudere a ideale chiasmo un concerto iniziato con il sinatriano It’s All Right With Me.

Così come pura relazione ritmica è stata quella tra il colossale Dave Holland e le visionarie costruzioni testurali di Kevin Eubanks e Obed Calvaire. Un viaggio neo-psichedelico a cavallo tra i fondali del Miles elettrico e i non così lontani mondi di Jimi Hendrix e, addirittura, dei King Crimson di Fripp e Belew.

A patrocinare la presenza di una cospicua, freschissima e felicissima, Sezione Young, è arrivata l’esibizione del potentissimo trio di James Brandon Lewis, una delle voci più vibranti dell’attuale rinascimento della Black Music, che tenta un recupero combinato di suggestioni free jazz e funk, per molto tempo tenute lontane dai palchi da una pur produttiva egemonia espressiva di sapore euro colto o, purtroppo, da qualche cedimento di troppo a scorciatoie pop. Un concerto di enorme intensità.

Un successo quindi sotto tutti gli aspetti, anche quello delle presenze, che nei teatri hanno superato le 1200 persone, di cui 50% donne, per la prima volta nella storia del festival e 70% proveniente da fuori città, a sottolineare l’importanza che il Festival di Mantova sta sempre più rivestendo nel panorama nazionale del jazz.

La 36^ edizione del festival è stata resa possibile grazie al lavoro di una delle più ampie direzioni artistiche in essere: Mirco Dei Cas, Mauro Negri, Simone Guiducci, Giorgio Signoretti, Matteo Gabutti, Nicola Malaguti, Roberto Bi