Formazione in microchirurgia

pajardi-giorgio
pajardi-giorgio

Incidenti lavorativi, domestici, sportivi o stradali, sono le principali cause di lesione o amputazione accidentale di braccia, mani, dita. Urgenze drammatiche che possono avere esito positivo, grazie alla microchirurgia e alla tempestività di intervento. Rapidità d’azione tra primi soccorritori e pronto soccorso con le giuste competenze. Un lavoro d’équipe che solitamente ha successo con il reimpianto o la ricostruzione della parte di arto danneggiata. Ciò significa sapere dove condurre il traumatizzato e cioè in un pronto soccorso, preavvertito immediatamente, con chirurghi esperti in microchirurgia ricostruttiva.

Per garantire una gestione adeguata del paziente, occorre anche una formazione specifica, non sempre disponibile in Italia. Come quella garantita dal Corso Universitario di Perfezionamento in Tecniche Microchirurgiche dell’Università di Milano che si sta svolgendo in questi giorni (23 – 25 ottobre) presso il M.A.R.C. Institute (Milan Anatomical Research Center) MultiMedica Cadaver Laboratory: il primo Cadaver Lab italiano a scopo didattico ospitato all’interno di una struttura ospedaliera. Scuola, in questo caso, per riattaccare o ricostruire mani, dita o parti di arti superiori.

«È importante che i pazienti siano gestiti sin da subito da chirurghi esperti – afferma il professor Giorgio Pajardi, direttore dell’UOC di Chirurgia e Riabilitazione della Mano dell’ospedale San Giuseppe, Università degli Studi di Milano e Direttore del Cadaver Lab -. Quando si verifica l’amputazione di un arto, bisogna intervenire entro massimo 6 ore nel caso della mano e 12 per le dita; ciò significa agire rapidamente e senza errori. Un compito affidato prima di tutto ai pronto soccorso che devono essere in grado di gestire il problema. Presso il nostro ospedale siamo dotati di un pronto soccorso dedicato alla mano operativo 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno. Ma non tutti hanno le competenze necessarie per intervenire correttamente. Un problema importante. Se, ad esempio, si gestisce un traumatismo grave con una semplice medicazione invece che con un trapianto di lembo (parte di tessuto che mantiene una propria vascolarizzazione ndr), è probabile che l’individuo si trovi costretto a un secondo e terzo intervento per arrivare alla soluzione. Questo, aumenta i costi di gestione, oltre che lo stress e l’ansia del paziente. E aumenta la possibilità di un esito negativo del reimpianto o della ricostruzione. Per evitarlo, è fondamentale avere le risorse umane necessarie e altamente specializzate a intervenire in modo corretto e definitivo».

Attualmente, al M.A.R.C. Institute, dodici discenti si stanno cimentando in esercitazioni pratiche di sutura microchirurgica su vasi (arterie e vene) e nervi periferici umani, prelevati da cadavere per un totale di 28 ore di esercitazione pratica al microscopio. A differenza degli altri corsi, svolti su polli morti o simulazioni in plastica, gli studenti possono fare pratica su preparati anatomici. Le sezioni di vasi sanguigni vengono montate su un supporto di polistirolo, che ricrea il campo operatorio. Gli studenti procedono, quindi, con la sutura e iniettano del liquido bianco o colorato per verificare la corretta esecuzione. Le esercitazioni avvengono sotto la guida di tutor formati dal DU. De Techniques Microchirurgicales di Parigi.

«Stiamo cercando, tramite l’insegnamento della microchirurgia, di trovare giovani disposti a investire tempo e risorse in questa tecnica – continua Pajardi -. Al corso, gli studenti, per dieci ore al giorno, ognuno con il proprio microscopio, sono impegnati nel dare punti di sutura per allenare le mani. Non eseguono interventi, ma sperimentano la sola tecnica. Una volta appresa, saranno in grado di utilizzarla per riattaccare mani e dita. È fondamentale, però, che come imparano a utilizzare un trapano, siano anche in grado di usare strumenti piccoli e il mezzo d’ingrandimento microscopio. Una tecnica dall’altissima precisione».

La microchirurgia interviene per tutte quelle lesioni che prevedono di dover reimpiantare arti o parti di arti superiori e, in alcuni casi, inferiori. Include poi il trapianto di ossa, tendini, cute, prelevate dal corpo del paziente e trasportate microchirurgicamente nella zona interessata dal trauma. Questo, oltre agli impianti delle dita dei piedi nella mano dei bambini affetti da malformazioni congenite. Una tecnica fondamentale che vive oggi un periodo di declino. Si tratta, infatti, di un tipo di disciplina che richiede grande impegno per la fase di apprendimento e tempistiche lunghe per gli interventi sul paziente. Per riattaccare una mano o un lembo sono necessarie almeno cinque ore, un lasso temporale in cui il chirurgo potrebbe fare interventi più veloci con soddisfazioni immediate, anche economiche. Dal punto di vista delle strutture ospedaliere, invece, si tratta di un problema di costi; un intervento così lungo porta spese alte a fronte di un solo paziente operato nel medesimo lasso di tempo in cui il chirurgo potrebbe eseguire circa cinquanta casi di tunnel carpale. Questo vale sia per le strutture private sia per il Servizio sanitario nazionale, che ha l’esigenza di risparmiare e di contenere il tetto di spesa.

«In realtà, la microchirurgia offre possibilità ricostruttive impensabili. Oggi, se il microchirurgo è ben preparato e quindi in grado di affrontare delle metodiche avanzate con tempi di esecuzione più che ragionevoli in rapporto al risultato (spesso i tempi lunghi sono anche sinonimo di scarsa capacità professionale del medico), è possibile ottenere risultati impressionanti, che portano a una diminuzione delle invalidità permanenti e quindi dei costi sociali per l’individuo. Questi risultati si possono ottenere solo con un tipo d’intervento più complesso e avanzato che garantisce di non dover intervenire nuovamente sul paziente e dimezza i tempi di recupero. La microchirurgia regala soddisfazioni immense per i pazienti e per i chirurghi!» – conclude il professore.