Autodiffamazione

autodiffamazione
autodiffamazione

Finalmente a Milano, dopo una lunga tournée europea, lo spettacolo Selbstbezichtigung/Autodiffamazione della compagnia berlinese Barletti/Waas. Il testo è dell’autore austriaco Peter Handke, poeta, saggista e drammaturgo, famoso al grande pubblico per la sua collaborazione con Wim Wenders (Prima del calcio di rigore e Il cielo sopra Berlino).

Barletti/Waas da sempre interessati al dialogo che si crea tra attori e spettatori in questo testo si fanno testimoni di una presa di coscienza, di un’educazione sentimentale alla parola. Per i sessanta minuti dello spettacolo si sospende il confine tra palco e platea, per accettare la comune responsabilità di una storia collettiva.
Un uomo e una donna si autoaccusano di comportamenti e azioni compiute nella propria vita, assecondando o infrangendo le regole della società. In un gioco di riconoscimenti, il confine tra pubblico e scena si sospende, per ritrovare un po’ di sé nella vita di due sconosciuti, nelle frasi e nei luoghi comuni della lingua presa in prestito: italiano o tedesco, l’habitus linguistico cerca di tirar fuori l’essenza del non dicibile per rivelare un collettivo disorientamento, l’accettazione e parallela ribellione al livellamento culturale e con loro, al contempo, il perpetuarsi del miracolo dell’empatia, che sopravvive nonostante tutto.

DALLE NOTE DI REGIA
Selbstbezichtigung/Autodiffamazione è un antidoto contro la superficialità, contro la sensazione di rumore diffuso. È uno spettacolo nato dal desiderio di concentrazione e di contatto reale con il pubblico, che sviluppa proprio in virtù della sua urgenza autentica e della sua fiducia nei propri mezzi, un alto grado di efficacia. Concentrazione e contatto reale necessitano di tempo, forse addirittura di lentezza nel rapporto con il mondo, il ché suona quasi scandaloso: questo è lo scandalo che abbiamo deciso di dare.
Abbiamo scelto un testo degli inizi della cultura Pop, sotto la quale oggi sta sepolta qualsiasi altra cosa, un testo che è una porta attraverso la quale si può entrare, ma anche di nuovo uscire: uno strumento per il movimento.
La scelta del bilinguismo, con l “habitus” linguistico diverso dei due attori, fatti di suoni, ritmi, tonalità e musicalità differenti, rende inoltre particolarmente visibile l’estraneità, la lingua come abito/abitudine, che ci viene fatta indossare quasi “per forza”, una lingua frutto dell’educazione, una lingua che non basta mai e che cerca, attraverso la descrizione minuziosa, attraverso parafrasi, o appunto attraverso una traduzione, di tirare fuori dal guscio l’essenza non dicibile.
Lo spettacolo mostra che cosa è la lingua, cosa può essere, producendo contemporaneamente un potenziale di pensiero non integrabile e non camuffante, ma essenziale e fecondo: qualcosa di cui il nostro presente ha bisogno.