Giochi pubblici in Italia, il crollo coperto dai dati dell’erario

Il settore del gioco d’azzardo rimane un simbolo delle contraddizioni del nostro Paese. Se il settore continua la sua crescita incrementando il volume di gioco, non esistono certezze per il futuro.

Il 2016 ha portato sì 10 miliardi di euro nelle casse dello Stato, ma buona parte arrivano delle spese degli esercenti. L’aumento delle tassazioni sta mettendo in difficoltà i piccoli proprietari, che devono rinunciare a praticamente tutti gli incassi per la pressione fiscale.
La questione del rinnovo delle concessioni si fa quindi quanto mai spinosa.

Per il 2017 la legge di Stabilità prevede tagli al numero di slot machine a livello nazionale.

I nuovi appalti verranno venduti a prezzi maggiori, e in più tutte le macchinette ritenute obsolete dovranno essere sostituite per legge. Se al calderone si aggiunge la possibilità per i proprietari “no slot” di avere incentivi da parte della regione, appare evidente che proseguire sul terreno del gambling è poco conveniente. In diverse zone infatti l’astio per il gioco d’azzardo, che spesso sfocia nella ludopatia, ha trasformato la situazione del mercato introducendo una serie di provvedimenti per proteggere i soggetti sensibili. Tradotto in termini pratici, in diversi comuni è stato introdotto il distanziometro, che vieta la presenza di slot machine in zone a meno di 500 metri da luoghi sensibili. L’introduzione è però stata piuttosto repentina, e chi aveva l’attività nelle aree interessate si è trovato a sostenere costi importanti senza poter trarre vantaggi successivi.

Il sistema rischia di collassare per le spinte differenti che arrivano dai diversi organi competenti. Da una parte c’è lo Stato, che forte dei nuovi incassi non sembra intenzionato a prendere seri provvedimenti. La citata riduzione di slot era stata prevista dal governo Renzi, e Gentiloni non sembra avere tanto a cuore la questione. Non tanto quanto quella relativa alla legge elettorale, per lo meno. Dall’altra gli esercenti, che chiedono una diminuzione della pressione fiscale per poter trarre vantaggio dalla presenza di slot machine nelle loro attività. Il mercato non può continuare su questo livello senza il sostegno alle piccole imprese, vera spina dorsale del gambling.

Foto2

In mezzo si trovano i cittadini ed enti locali, divisi tra “no slot” e giocatori. I primi, aiutati da alcuni governi locali, devono ancora decidere se muoversi verso la totale repressione del fenomeno dell’azzardo o una legislazione più chiara che non consenta gli eccessi. La seconda strada sembrerebbe quella percorribile, o quanto meno è l’unica che finora è stata davvero presa in considerazione. Per quanto riguarda i giocatori invece una rivoluzione o un collasso non avrebbe sostanziale differenza. Se i fautori del “no slot” guardano con ottimismo alla chiusura di numerosi mini-casinò, non si può ignorare i problemi a cui porterebbe una soluzione del genere.

Dal punto di vista lavorativo soprattutto, con mezzo milione di italiani che rischierebbe di perdere il proprio impiego. Senza dimenticare che l’estinzione (o la netta diminuzione) del gioco legale nei centri scommesse non implica una netta diminuzione dei problemi connessi all’azzardo. A quel punto due vie si aprirebbero davanti ai player più vogliosi di scommettere: la prima, già ampiamente praticata, porta al gambling online. Un settore in crescita, tanto da costituire quasi il 20% del mercato italiano.


Forse ancora troppo poco per essere davvero considerato dall’opinione pubblica, ma il crollo del live gaming lo rafforzerebbe a dismisura. L’altra via porta invece all’illegalità, rafforzando le mafie locali. I vari clan da tempo non vedono l’ora che lo Stato apra un nuovo spiragli per speculare su un affare allontanato dalle conquiste della legalità. Un collasso del sistema, il cui avvenimento non è da escludere, rappresenterebbe più di quello spiraglio. In fondo, pensandoci, a loro sì che piacerebbe la vittoria totale del “no slot”